lunedì 20 febbraio 2017

suggestioni






domenica 12 febbraio 2017

lunedì 6 febbraio 2017

la poesia del lunedì - ancora Raymond Carver


 

















Chiudersi fuori e poi cercare di rientrare

Si esce e si chiude la porta
senza pensarci. E quando ci si volta
a vedere quel che si è combinato
è troppo tardi. Se vi sembra
la storia di una vita, d'accordo.

Pioveva. I vicini che avevano la copia
della chiave erano via. Ho provato e riprovato
le finestre del pianterreno. Fissavo
il divano, le piante, il tavolo e le sedie,
lo stereo all'interno.
La mia tazza di caffè e il posacenere mi aspettavano
sul tavolo col piano di cristallo e il mio cuore
era con loro. Li ho salutati: Salve amici!,
qualcosa del genere. Dopo tutto
non era un grosso guaio.
Me ne sono capitati di peggio. Stavolta
era perfino un po' buffo. Ho trovato la scala.
L'ho presa e l'ho appoggiata alla casa.
Poi mi sono arrampicato sotto la pioggia fino al balcone,
ho scavalcato la ringhiera
e ho provato ad aprire la porta. Chiusa a chiave,
naturalmente. Ma mi sono messo a guardare dentro
lo stesso, la scrivania, le carte e la mia sedia.
Questa era la finestra davanti
alla scrivania da cui alzo gli occhi
e guardo fuori quando sto seduto là dietro.
E' molto diverso dal pianterreno, ho pensato.
E' tutta un'altra cosa.

Ed era proprio forte guardare dentro così, senza esser visti, 
dal balcone. Essere li', dentro, eppure non esserci.
Non credo neanche di poterne parlare.
Ho accostato la faccia al vetro
e mi sono immaginato là dentro, 
seduto alla scrivania. Che alzo lo sguardo
dal mio lavoro ogni tanto.
E penso a qualche altro posto
e a qualche altro tempo.
Alla gente che amavo allora.

Sono rimasto un minuto lì, sotto la pioggia.
Mi consideravo il più fortunato degli uomini.
Anche se mi ha attraversato un'ondata di dolore.
Anche se mi vergognavo violentemente
del male che avevo fatto all'epoca.
Ho spaccato quella bellissima finestra.
E sono rientrato.

da:
Raymond Carver, Racconti in forma di poesia, Minimum Fax, Roma 1999





 
 



domenica 5 febbraio 2017

oggi, sul lago...






domenica 29 gennaio 2017

giovedì 26 gennaio 2017

lunedì 23 gennaio 2017

La poesia del lunedì - Giacomo Leopardi

Ed ecco una poesia che Giacomo Leopardi dedicò a se stesso.
Segue il link ad un articolo dello scrittore Alessandro D'Avenia sul poeta:

A se stesso

Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,
Ch'eterno io mi credei. Perì, ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, né di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T'acqueta ormai. Dispera
L'ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Ormai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l'infinita vanità del tutto.

Il mio fragile vitalissimo Leopardi



domenica 22 gennaio 2017

domenica...






mercoledì 18 gennaio 2017

Roma, suggestioni







martedì 17 gennaio 2017

La poesia del lunedì - di Eduardo De Filippo


'A gatta d' 'o palazzo 

Trase p' 'a porta,
pè nu fenestiello,
pè na fenesta, si t' 'a scuorde aperta,
quanno meno t' 'aspiette.

Pè copp' 'e titte, 
da na loggia a n'ata,
se ruciulèa pè dint' 'a cemmenera.
E manco te n'adduone
quann'è trasuta:
pè copp' 'o curnicione
plòffete!, int' 'o balcone,
e fa culazione
dint' 'a cucina toja.

E' a gatta d' 'o palazzo.
Padrone nun ne tene.
Nunn' è c' 'a vonno male,
ma essa 'o ssape
che manc' 'a vonno bene.

Te guarda cu dduje uocchie speretate:
lèsa.
N'ha avute scarpe appriesso e ssecutate.

E' mariola!
ma 'a povera bestiella, c'adda fa?
E' mariola pecché vò mangià.

E' mariola...
Chest' 'o ddice a' ggente;
ma i nun ce credo, pecché, tiene mente:
tu lasse int' 'a cucina,
che ssaccio...
nu saciccio.

Làsselo arravugliato
dint' a na bella carta 'e mille lire.
Tuorne 'a matina:
'a mille lire 'a truove, che te crire?
Nzevata. Ma sta llà.



Questa deliziosa poesia è tratta da:
Eduardo De Filippo, Le poesie, Einaudi 2004

Come racconta nell'introduzione Roberto De Simone, Eduardo
scriveva poesie quando incontrava un blocco nella stesura delle sue commedie. Allora si fermava, lasciava vagare la fantasia, fino a che affiorava un pensiero diverso, in forma di poesia. E poi si rimetteva al lavoro consueto...
De Simone ci fa capire che questi pensieri poetici non aspiravano ad essere capolavori. Erano una specie di pause ristoratrici, poesie che molto spesso Eduardo veniva sollecitato dal pubblico a recitare, quando si presentava sul palco, alla fine di qualche rappresentazione.

Ed ecco qui, se vi può essere di aiuto, un tentativo di traduzione:

La gatta del palazzo

Entra dalla porta,
da una finestrella,
dalla finestra, se te la scordi aperta,
quando meno te lo aspetti.

Sopra i tetti, 
da un balcone all'altro,
s'infila dentro il comignolo.
E neanche te ne accorgi
quando è entrata:
da sopra il cornicione
plòffete!, giù nel balcone,
per fare colazione
nella cucina tua.

E' la gatta del palazzo.
Padroni non ne ha.
Non è che la odino,
ma lei lo sa
che neanche la amano.

Ti guarda con due occhi spiritati:
sta allerta.
L'hanno inseguita e gliene hanno tirate scarpe addosso.

E' una ladra!
Ma la povera bestiola, che può fare?
E' ladra perché deve mangiare.

E' una ladra...
Questo dice la gente;
ma io non ci credo, perché, tu rifletti:
lasci in cucina,
che so...
una salsiccia.

Lasciala avvolta
in una bella banconota da mille lire.
Torni la mattina:
la banconota la trovi, che credevi?
Tutta unta. Ma lì sta.