Visualizzazione post con etichetta psichiatria e psicoanalisi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta psichiatria e psicoanalisi. Mostra tutti i post

martedì 28 maggio 2013

diventare robot...



Pare che abbiano inventato una pillola, ingerendo la quale verrebbero rimossi i brutti ricordi dal nostro cervello. Freud inorridirebbe.

Freud è colui che ha teorizzato la rimozione, il costante tentativo dell'individuo umano di rigettare nell'inconscio, in parole povere di dimenticare, i ricordi dolorosi o fastidiosi.
E ha tentato di mostrarci quanto tutto ciò sia negativo per il nostro benessere mentale, spiegando che la soluzione è di riportarli a galla e farci pace, in qualche modo.

Non posso ritenermi un essere umano
se allontano da me le mie esperienze, belle o brutte che siano, io sono quello che ho vissuto.


Pare che abbiano inventato un'altra pillola, un Viagra femminile, per provocare il desiderio sessuale a comando. (Ma perché dovrei copulare anche quando non ne ho voglia?)


Pare che l'associazione psichiatrica che ogni anno aggiorna l'elenco delle patologie mentali, abbia inserito nella lista molti comportamenti finora considerati assolutamente normali.
Se ad una persona muore il coniuge o un genitore o un figlio, noi finora abbiamo considerato logico e normale che questa persona diventi perlomeno triste, che magari pianga, che per un po' sia anche arrabbiata, che non abbia voglia di mangiare.
Diamole un po' di tempo
per digerire questo brutto evento, diamole il tempo di elaborare il lutto, direbbe uno psicoanalista!

Contrordine: d'ora in poi queste persone saranno considerate preda di comportamenti anormali e dovranno essere trattate, indovinate con che? Con pillole apposite.


Da tutte queste invenzioni di pillole mi sembra che chi risulti beneficata sia l'azienda farmaceutica.
E' un tentativo
di renderci progressivamente dei robot?




domenica 22 aprile 2012

Identità e conflitto adolescenziale - spunti di psicoanalisi infantile

Anna Freud ha dato dell'adolescente questa definizione:
"L'adolescente è al tempo stesso egoista al massimo e tuttavia capace di sacrificio come mai più sarà nella vita successiva; stabilisce le più appassionate relazioni amorose, ma le interrompe con la stessa immediatezza con cui le ha iniziate; passa da un'entusiastica partecipazione alla vita della comunità, ad un'invincibile propensione alla solitudine; da una cieca sottomissione ad un capo ad una caparbia ribellione contro qualsiasi autorità.
E' egoista e materialista e contemporaneamente altamente idealista; è ascetico, ossia rifugge da ogni piacere, con improvvisi abbandoni ai soddisfacimenti istintivi più rozzi.
A volte rozzo e irriguardoso verso chi gli è accanto, è personalmente sensibilissimo ad ogni umiliazione; il suo umore oscilla tra il più sconsiderato ottimismo e un dolore universale, tra un entusiasmo infaticabile e un'assoluta indolenza..."
L'adolescente suscita sconcerto e sentimenti contrastanti: da un lato fa tenerezza perché appare tanto fragile, dall'altro suscita irritazione perché proietta sull'ambiente circostante le sue lotte interiori e i suoi conflitti.
Vorrebbe arraffare tutto: rivendica per sé sia i privilegi dell'infanzia, che le prerogative dell'età adulta; è negativista al massimo per mostrarsi autonomo, in realtà per non cedere alla tentazione di tornare a fare il cocco di mamma.
E' bravissimo a far sentire in colpa i suoi genitori.
Attenzione: questo non è un mostro, ma un essere umano che lotta con se stesso per uscire dalla dipendenza infantile.
Semplificando molto, potremmo riconoscere due periodi principali nello sviluppo dell'individuo: la prima infanzia e l'adolescenza.
Per il neonato la funzione fisiologica più importante è l'alimentazione; attraverso l'allattamento riceve nello stesso tempo il sostentamento fisico e l'indispensabile sostegno emotivo.
Durante la prima infanzia il bambino è completamente dipendente dall'ambiente, incapace di distinguere dove finisce il suo corpo e dove comincia quello della madre.
Il passo principale nello sviluppo emotivo consisterà nella progressiva differenziazione tra sé e mondo esterno.
Un'esperienza in parte simile avviene durante l'adolescenza; anche qui troviamo un evento fisiologico fondamentale: la maturazione sessuale.
La pubertà comporta enormi modificazioni fisiche, l'adolescenza è il tentativo di adattarsi ad esse.
Il bambino di una volta non esiste più; il ragazzino nuovo che sta nascendo deve passare in rassegna bisogni atteggiamenti e modalità di rapporto fin allora consueti, ossia la vecchia personalità, e modificarla in vista dei nuovi compiti che la crescita comporta.
Affrontare il difficile passaggio dell'adolescenza è possibile al bambino in quanto è uscito arricchito dalle fasi precedenti: le capacità intellettive si sono notevolmente ampliate, il senso di realtà è migliorato, sono emerse nuove capacità di far fronte all'ansia e di soddisfare desideri e bisogni in modo autonomo e accetto all'ambiente: giochi, sports, studio, attività di gruppo. La competizione coi compagni spinge l'adolescente all'industriosità e alla socializzazione.
Ma prima dell'adolescenza vera e propria che possiamo situare, molto approssimativamente, fra i dodici e i venti anni, c'è un momento intermedio: la preadolescenza.
In questo periodo tutte le acquisizioni di cui abbiamo appena parlato sembrano spazzate via; ne conseguono irrequietezza fisica, contrazione dell'attenzione, diminuzione della capacità di perseverare in un'attività, difficoltà di apprendimento, cattive maniere.
In sostanza un ritorno a modalità precedenti di scarica dell'aggressività e di ricerca del piacere; gli adulti spesso non capiscono che tutto ciò è vissuto con disagio e riprovato dalla coscienza morale del bambino ormai saldamente costituita.
Compito di questi anni è trasformarsi da bambino in adulto autonomo, capace di stabilire rapporti significativi al di fuori della famiglia.
Prende quindi l'avvio un lungo e penoso processo di separazione dalle figure dei genitori.
La ragazzina comincia a fare il maschiaccio o, al contrario, si butta precocemente nell'eterosessualità, per negare ogni affinità col modello materno.
I ragazzi invece evitano accuratamente le coetanee che col loro comportamento da maschiacci ricordano troppo la madre attiva, e si rifugiano nelle bande e nel gruppo degli amici maschi.
La vera e propria adolescenza è caratterizzata da grandi trasformazioni fisiche, che alterano la percezione del proprio corpo. Spesso si verificano disarmonie nella crescita, che fanno nascere timori di inadeguatezza sessuale.
L'adolescente, basandosi sui modelli proposti dall'ambiente, formula un'immagine corporea ideale, cui paragona se stesso e i compagni.
Nella ragazzina il menarca può esser fonte di disturbo emotivo, in quanto simbolo di femminilità.
Se la ragazzina vive in un ambiente che svaluta la donna, verrà facilmente vissuto in modo negativo. E' molto importante a questo proposito l'atteggiamento dei genitori e la possibilità per la ragazza di venire a contatto con modelli positivi, cioè con figure femminili da imitare.
Gradualmente la ragazzina rinuncerà alla dipendenza dalla madre e ne assumerà il ruolo riproduttivo.
Paradossalmente, il dolore del menarca è un elemento positivo in quanto aiuta a definire i confini corporei; inoltre arreca sollievo perché offre un punto di riferimento per le sensazioni indefinite e ansiogene della prepubertà.
La pubertà in se stessa influisce assai poco sui turbamenti affettivi dell'adolescente; importanti sono i significati di cui si carica.
Si situa in questo periodo il tentativo più massiccio di distaccarsi dagli oggetti primari d'amore, cioè dai genitori.
L'attaccamento al genitore di sesso opposto è riesaminato alla luce della preoccupazione inconscia della sessualità di tale rapporto, il ragazzo tenta allora di erigere una barriera tra sé e il genitore e tenta di trovare un oggetto d'amore all'esterno della famiglia.
Il rapporto difficile con i genitori crea problemi in relazione a ciò che è bene e ciò che è male.
Il ragazzo rigetta le norme che gli vengono da padre e madre e si trova momentaneamente privo di guida e di controllo sia sulle sue esigenze istintive che sulla realtà esterna. Ne può risultare un aumento quasi intollerabile dell'angoscia.
Per difendersi dal vuoto creato dall'abbandono degli oggetti primitivi d'amore gli adolescenti si buttano in amicizie idealizzate con persone dello stesso sesso, o (le ragazzine) in cotte passeggere.
Quello che si cerca di ottenere in questo modo, è un altro idealizzato in cui rispecchiarsi per rafforzare il precario senso di sé.
Queste amicizie mettono in rilievo la bisessualità degli adolescenti, ancora incapaci di operare una vera e propria scelta eterosessuale: abbiamo infatti visto che gli adolescenti non cercano un vero oggetto da amare ma un altro se stesso in cui rispecchiarsi narcisisticamente.
La capacità di svilupparsi di un amore eterosessuale maturo è molto lenta: il bisogno di essere amato solo gradualmente si fonde col bisogno di amare, il bisogno di ricevere con quello di dare; l'oscillazione tra passività e necessità di diventare attivi è ancora fortissima.
Compito specifico della vera e propria adolescenza è la formazione di una propria identità sessuale.
Prima della definiva scelta c'è però un altro passaggio: un momento in cui è presente un'ipervalutazione di sé, senza riguardo per la realtà; un atteggiamento di autosufficienza in cui l'adolescente si perde dietro fantastici sogni di grandezza, tiene un diario, e si dedica intensamente alla masturbazione.
Sembrerebbe trattarsi di un passo indietro. In realtà è un modo di tirare il fiato, di acquistare nuova consapevolezza di sé provandosi nei ruoli adulti, anche solo nella fantasia.
La masturbazione degli adolescenti a volte spaventa i genitori.
In realtà si tratta di un fenomeno negativo solo se diventa un sostituto nevrotico di soddisfazioni da cercare nella vita reale.
E' in realtà un fenomeno naturale, e una tappa intermedia rispetto al vero e proprio rapporto con l'altro.
Ciò che l'adolescente tenta di negare con una falsa autosufficienza è il bisogno dell'altro, perché è ancora troppo forte la tentazione di dipendere.
L'innamoramento segna in genere la fine delle tendenze bisessuali, una delle due componenti sessuali è ceduta al proprio partner, il superamento del timore della dipendenza permette di esprimere la tenerezza.
Facciamo ora un accenno a due atteggiamenti tipici dell'adolescente: la tendenza all'ascetismo e all'intellettualizzazione.
L'adolescente ha paura del piacere, si mortifica perché teme di caderne in balia. Un atteggiamento pericoloso quando vengono coinvolte funzioni fisiologiche fondamentali quali l'alimentazione, arrivando a volte all'anoressia.
A momenti di questo tipo si contrappongono momenti in cui l'adolescente cade completamente in balia del cibo e s'ingozza per riempire il buco interiore.
Un altro atteggiamento tipico è il grande amore per le discussioni intellettuali astratte. Si tratta, forse, di un tentativo di dominare a livello teorico una ricerca di soddisfazioni sentita come colpevole.
Quando l'adolescente ha acquistato sufficiente indipendenza emotiva dalla famiglia e la capacità di entrare in rapporto significativo con un altro individuo, esita ancora prima di assumere impegni definitivi: ha bisogno di provare non più solo nella fantasia le capacità che crede di aver acquisito.
Cominciano ad emergere caratteristiche e comportamenti ben definiti, anche in relazione alle scelte lavorative, e si avviano a soluzione i conflitti tra le sue aspirazioni e quelle dei genitori.
E' vero che permangono ancora dei residui conflittuali, ma saranno proprio questi a spingere l'individuo ad una revisione continua della propria personalità, nell'interazione con l'ambiente.
Il compito specifico della tarda adolescenza consiste nel raggiungimento di una stabile identità dell'Io capace di integrare tutte le esperienze attraversate e di accettare la lotta per il riconoscimento esterno.
tinas



martedì 10 aprile 2012

Il gioco nella prima infanzia - spunti di psicoanalisi infantile



L'evoluzione affettiva e quella intellettuale sono i due compiti che il bambino deve affrontare, per trasformarsi da esserino bisognoso impaurito e dipendente, in una persona autonoma ragionevole e capace di stabilire rapporti affettivi.
Per affrontare questo discorso facciamo riferimento ai bambini con problemi ossia ai bambini che vengono a volte portati dallo psicologo: quali sono i problemi di questi bambini?
Sono problemi di rapporto con la famiglia, gli insegnanti, i compagni di scuola.
Tra questi bambini e le persone intorno non c'è più una buona comunicazione e quindi una buona relazione.
E sapete qual è il modo migliore che uno psicologo possa trovare per aiutare il bambino a comprendere e a risolvere i suoi conflitti? Il gioco.
Il bambino è il gioco, trovare un bambino che non gioca è impossibile, il gioco è l'autocura che il bambino (ma non solo il bambino), fa a se stesso per rinfrancarsi delle difficoltà che la vita di tutti i giorni gli porta.
Non stiamo più parlando solo di bambini con problemi di una certa gravità, ma proprio di tutti i bambini.
Il bambino gioca per acquistare il pieno dominio di se stesso e della realtà. Giocando, ottiene un piacere e insieme arricchisce il suo patrimonio di conoscenze esplorando quanto lo circonda.
All'inizio i giochi servono soprattutto ad affinare i suoi strumenti percettivi: vedere, sentire, riconoscere la realtà esterna, sia che si tratti di un giocattolo, che del viso della madre.
I bambini godono nel vedere oggetti colorati, provano piacere per ciò che fa rumore, per questo gettano a terra tutte le cose. Afferrano e palpano gli oggetti, li esplorano a sazietà, poi li abbandonano per passare ad altri.
Man mano che il bambino perfeziona le sue capacità psicomotorie i giochi si fanno più complessi: trascinamento di oggetti, lanci e prese di palla, costruzioni con cubi sabbia creta ecc.
In un secondo tempo, quando queste abilità siano state acquisite, il bambino passa ad un tipo di gioco che coinvolge maggiormente l'imitazione degli adulti e l'immaginazione.
Il bambino è interessato, più che a sapere come è fatta una palla o il viso del padre, a scoprire come funzionano i rapporti con le persone.
La vita di tutti i giorni pone al bambino una serie di problemi, fin da quando è neonato.
Laviamo il bambino, lo vestiamo, gli facciamo il bagnetto, e vogliamo che stia buono mentre gli facciamo queste cose.
A noi sembra che il bambino ci dovrebbe essere riconoscente per questo, invece non è proprio così: al bambino fa piacere essere sollevato dalla tensione che gli provoca l'aver fame, o avere i pannolini bagnati, ma non capisce, non condivide i nostri concetti di ordine e pulizia del corpo.

Analogamente, quando sarà un po' più grande molti nostri comportamenti e decisioni riguardo a lui e ai fratelli gli sembreranno arbitrari; diciamo pure che i bambini ci considerano spesso un po' tiranni.
A questo punto e per fortuna del bambino, interviene il gioco.
Nel gioco il bambino rivive la realtà di tutti i giorni trasformandola secondo i suoi desideri, quindi quanto era stato passivamente subito, viene ora trasformato nel contrario.
Se il maestro lo ha sgridato a scuola facendogli fare una brutta figura con i compagni, giocando col padre a casa potrà assegnargli la parte dello scolaro, rimproverato da un maestro cerbero che il bambino si divertirà molto ad impersonare.
Insisto sul punto che anche il bambino più sano, figlio dei genitori più illuminati subisce frustrazioni e vive conflitti che il gioco lo aiuta ad elaborare.
Scagliare per terra un bambolotto dà sollievo ai sentimenti di gelosia e di rabbia verso il fratellino neonato, senza far effettivamente del male al fratellino.
Ciò che è vietato può essere espresso nel gioco in forma lecita; lo spunto sarà quasi sempre costituito dalla vita di famiglia.
Ma il significato più importante del gioco per il bambino, è quello di aiutarlo a diventare un essere sociale e un individuo autonomo.
La nascita biologica non coincide con la nascita psicologica.
Il bambino è nato ma non ha ancora coscienza di essere un bambino, non è ancora uscito da quella fusione con la madre che caratterizza i primi mesi di vita, non ha ancora acquistato caratteristiche individuali.
Nelle prime settimane di vita, come tutti i genitori sanno, il bambino passa quasi tutto il tempo in uno stato di dormiveglia, dal quale si scuote solo quando la tensione per la fame o altri bisogni lo fa piangere, e appena è soddisfatto ripiomba nel sonno.
In questo periodo il bambino è completamente assorbito in se stesso e nei suoi bisogni fisiologici, e non ha consapevolezza che c'è qualcuno intorno a lui che provvede alle sue necessità.
Tuttavia, attraverso un'assidua assistenza la madre o chi per lei, intervenendo ogni volta a soccorrerlo, lo aiuta gradualmente ad uscire da questo stato semivegetativo.

Il bambino comincia in qualche modo ad avvertire che la soddisfazione dei suoi bisogni non proviene da se stesso, ma da qualche parte esterna a sé.
Dal secondo-terzo mese di vita comincia nel bambino una vaga consapevolezza della madre.
Tuttavia il piccolo si comporta come se lui e la madre facessero parte di una unità, entrambi racchiusi in un confine comune: immaginate un cerchio in cui siano presenti madre e bambino, separati da tutto il resto del mondo.
Ma poi, la necessità che vengano soddisfatti i suoi bisogni, diventa gradualmente un desiderio di ricevere qualcosa da quella persona in particolare: la madre.
Si sviluppa il desiderio consapevole non più solo di ricevere sollievo alle tensioni fisiche ma il desiderio di uno scambio affettivo.
A circa sei mesi il bambino riconosce la madre come una persona separata da lui.
A questo punto, attraverso la mediazione materna, il bambino comincia ad entrare in contatto con parti sempre più estese della realtà esterna.
Quali sono i giochi del bambino in questo periodo?
Da un primo gioco in cui erano coinvolti il corpo del bambino e quello della madre senza che il bambino facesse distinzione tra dove finisse il suo e dove cominciasse quello della madre, si passa ad una vera e propria esplorazione manuale-tattile e visiva del volto e dell'intero corpo materno.
Queste sono le settimane in cui il bambino scopre affascinato una spilla, un paio d'occhiali o un ciondolo addosso alla madre.
Senza stancarsi il bambino esplora la madre con le mani e con gli occhi, allontana la testa da lei per esaminarla in altre prospettive, la controlla ripetutamente.
Dai sette mesi in poi il bambino comincia a fare giochi che servono maggiormente a distinguere la sua immagine corporea da quella della madre: prende pezzetti di cibo e li mette alternativamente nella bocca della madre e nella propria.
Non si tratta di un comportamento altruistico.
A questi comportamenti ludici del bambino, le madri rispondono facendo giochi in cui paragonano le parti del corpo del bambino, con le proprie: questo è il mio naso, dov'è il tuo?
Attraverso questi momenti il bambino si avvia nel corso dei successivi due anni ad una vera separazione psicologica dalla madre.
Si tratta di un processo durissimo di cui molti adulti portano ancora le tracce: è difficile separarsi!
Questa separazione è addolcita e favorita da un altro tipo di gioco.
Spesso i bambini spostano l'interesse che hanno per la madre su un oggetto inanimato, quasi sempre fornito dalla madre stessa e legato alle pratiche dell'alimentazione o dell'andare a letto: una copertina, un pannolino, un biberon, un giocattolo morbido (il cosiddetto oggetto transizionale).
Il bambino esplora questi oggetti sentendone soprattutto l'odore, ma anche il sapore e la composizione.
Questi giocattoli diventano di sua assoluta proprietà.
Sono soprattutto utili al bambino al momento di andare a letto o quando piange per qualcosa.
In sintesi, stanno per la madre o per il seno materno; servono a consolare il bambino della perdita delle attenzioni esclusive da parte della madre; è come se il bambino dicesse: anche se non posso più avere la mamma solo per me e in tutti i momenti, posso spostare queste pretese su un oggetto che lei mi ha dato o che la rappresenti.
Infatti qual è la più grande preoccupazione del bambino in questo periodo?
Quella di essere abbandonato dalla madre.
Per calmare queste angosce, perché di vere angosce si tratta, oltre ai giocattoli morbidi di cui abbiamo parlato, il bambino si serve del gioco a nascondino, gioco di solito proposto dalla madre, ma poi ripreso con entusiasmo dal bambino e giocato dai bambini di tutto il mondo.
Il gioco del nascondino, nella sua forma attiva e passiva ha un doppio significato: trovare la madre, ma anche essere ritrovato da lei.
Nel gioco ancora una volta il bambino cerca di superare le sue angosce invertendo i ruoli: io stesso allontano la mamma, io stesso la riprendo (vedi il gioco del rocchetto del nipotino di Freud).
Il bambino si tira le coperte sul viso la mamma non c'è più, le tira di nuovo giù con un sorriso: la mamma è di nuovo qui.
In conclusione, attraverso una serie di giochi, che lo aiutano a padroneggiare la scomparsa e la ricomparsa degli oggetti e delle persone, il bambino arriva ad interiorizzare la figura materna, e a credere nella sua esistenza anche quando non è presente.
Progresso che aiuterà il bambino a staccarsi anche fisicamente, in via temporanea, dalla madre, e a permettergli l'ingresso nella scuola materna.



mercoledì 4 aprile 2012

Spunti di psiconanisi infantile - 2



Ostacoli all'empatia con i bambini

Secondo Christine Olden è più difficile per un adulto avere un buon contatto con i bambini, che con gli altri adulti.
Come ci si può porre di fronte ad un esserino che concepisce il mondo come un armadio per i suoi bisogni, che vede tutto in termini di bianco/nero, che vive tutte le sue esperienze con un'intensa soggettività, e che per comprendere quanto lo circonda non si affida all'intelligenza, ma alle sue fantasie riguardanti la nascita e il sesso?
La grande differenza nella struttura dell'Io e nel funzionamento del principio di realtà ostacola la comprensione tra grandi e piccoli.
Da un lato sta la consolidata struttura dell'Io dell'adulto (debole o forte che sia), dall'altro l'Io in evoluzione del bambino, ondeggiante tra progressione e regressione, costantemente in trasformazione, impegnato com'è nella lotta contro le pulsioni.
Ci sono adulti cui piace stare con i bambini e che tuttavia non hanno la capacità di un'empatia matura.
Sono quegli adulti cui piace giocare con i bambini, fargli dei regali, eccitarli con smorfie e giochi un po' sadici.
Freud si riferiva ai loro sentimenti per i bambini come ad una tenerezza aggressiva.
La presenza dei bambini sembra farli regredire al livello infantile, in cui si sentono bambino con bambino, agendo la propria irrisolta sessualità infantile.
Naturalmente ciò è molto diverso dal comprendere realmente un bambino.
Un altro tipo di amore per i bambini consiste nel mettersi dalla parte del bambino, felici se il bambino è felice, disperati se è infelice.
Queste persone si comportano verso il bambino come avrebbero desiderato essere trattati essi stessi.
Non è vera comprensione. La sottostante aggressività viene fuori nei confronti dei genitori del bambino o degli altri bambini che minacciano il loro tesoruccio.
Questo secondo tipo di persone costituisce già un passo avanti rispetto ai teneri aggressivi, ma la loro capacità di entrare in empatia con un certo bambino dipende da quanto possono rivedere in lui i propri bisogni narcisistici da appagare.
Sono sotto l'influsso del processo primario e non hanno successo nell'aiutare il bambino a svilupparsi e a sublimare.
L'empatia matura è indipendente dall'amore narcisistico per l'oggetto; questa è una delle ragioni per cui l'empatia dei genitori per i loro bambini è più complicata da raggiungere di quella per altri bambini.
Ma quali sono i meccanismi e le barriere che bloccano l'empatia?
Una prima risposta è certamente l'aggressività.
Non mancano esempi nella storia di pianificate e razionalizzate punizioni verso l'infanzia: i metodi di medici ed educatori per trattare la masturbazione, i trucchi per impedire di succhiarsi il pollice o mangiarsi le unghie, e così via.
Dobbiamo però chiederci perché i bambini sono il bersaglio per eccellenza delle pulsioni aggressive degli adulti.
La differenza di taglia non può essere una spiegazione soddisfacente.
Sembra giusto pensare che il bambino, vivendo in accordo col processo primario, minacci costantemente le difese erette dall'adulto contro il ricordo del paradiso perduto.
Il bambino rassicura l'adulto solo fin quando adempie il compito di oggetto di esibizione.
Ma il bambino minaccia l'adulto anche facendogli rivivere indirettamente le angosce infantili derivanti dal rapporto di dipendenza dai genitori, dipendenza che induceva su padre e madre una proiezione massiccia di onnipotenza persecutoria.
Per concludere, l'abilità di entrare in empatia con i bambini sembra dipendere da due fattori:
1- l'aver parzialmente conservato dei tratti infantili, ad esempio una certa quantità di passività (che renderà possibile la pazienza), o deboli fissazioni anali (che faciliteranno l'accettazione dei processi primari).
Naturalmente questi tratti non devono dominare la personalità né interferire col senso di realtà dell'adulto.
2- l'aver raggiunto un certo grado di riconciliazione con la propria infanzia, sia stata essa buona o cattiva.
Se si diventa capaci di rivivere elaborandole le emozioni infantili, non ci sarà il rischio di rimanere sedotti o danneggiati dal contatto con le manifestazioni del processo primario.


riferimenti bibliografici
Christine Olden, On Adult Empathy with Children, The Psycoanalytical Study of the Child, vol. 8, 1953



domenica 18 marzo 2012

Spunti di psicoanali infantile



Lo sviluppo emotivo del bambino
Lo sviluppo emotivo del bambino si concretizza e si svolge all'interno di una relazione.
L'evoluzione affettiva del bambino è la storia dei suoi rapporti con le persone .
All'inizio della sua storia il bambino incontra il mondo attraverso la figura della madre.
Da questo primo rapporto molto esclusivo, il mondo esterno del bambino gradualmente si arricchisce, fino a comprendere il padre i fratelli i nonni gli amici la scuola e così via.
Nell'interazione con l'ambiente, costituito all'inizio dai genitori, il bambino costruisce schemi di comportamento con l'altro che tenderà a riprodurre tutta la vita.
Che cos'è il bambino ai suoi inizi? Certo non è un uomo in miniatura.
Il bambino agli inizi è una creatura immatura, dominata dai bisogni e dalle emozioni.
Il fatto che un neonato si trasformi in un uomo o una donna nel senso pieno del termine, dipende da una complessità di fattori interagenti: il bambino ha in sé solo le capacità potenziali di diventare una persona, capacità che possono attualizzarsi solo nell'incontro con opportunità adeguate.
I fattori che giocano in questo processo sono: da una parte il bambino con i suoi dati costituzionali di partenza, e con lo sviluppo graduale al suo interno di una struttura psichica, soprattutto di un Io che sintetizzi le esperienze vissute; dall'altro l'ambiente e il suo influsso educativo.
C'è uno scambio reciproco di richieste tra bambino e ambiente.
Da un lato il bambino chiede la soddisfazione dei suoi bisogni, in modo impellente; dall'altro la società attraverso l'educazione e le cure parentali veicola la richiesta di aderire ad un certo modello di membro di una determinata società.
Nel caso ideale l'ambiente non porrà al bambino richieste superiori a quelle per lui accettabili, e il bambino una volta cresciuto sarà gratificato dal senso di appartenenza ad una particolare comunità e dal sentimento di possedere un'identità riconosciuta dagli altri.
A differenza dell'animale che possiede modelli di comportamento relativamente innati, precoci e pronti all'uso per interagire col segmento di mondo che lo circonda, l'uomo non ha istinti in questo senso. Ha però capacità di apprendere.
Come animale l'uomo non vale molto, dice Erikson.
Gli istinti innati dell'uomo sono solo dei frammenti di tendenze che vanno riuniti e organizzati nel corso di un'infanzia prolungata, attraverso l'educazione, la scuola ed altri mezzi, varianti da cultura a cultura, perché impari i principi della complementarità, dell'autoconservazione, e dell'interazione con una parte della natura.
Questa è insieme la forza e il limite dell'uomo.
Il bambino attraversa una serie di tappe evolutive, sia per quanto riguarda il suo sviluppo affettivo-emotivo, che il suo sviluppo cognitivo (vedi Piaget).
Queste due componenti vengono a formare la struttura della sua personalità, strettamente legate l'una all'altra.
Un disturbo incontrato dal bambino in una di queste due aree si ripercuote immediatamente in tutta la sua personalità.
Ma entriamo più addentro al discorso sullo sviluppo affettivo: questo processo consiste nell'integrazione e nello sviluppo del primitivo corredo di reazioni sessuali e aggressive, all'interno del rapporto con le figure significative del suo ambiente.
Nel corso di questo sviluppo il bambino s'incontra con una serie di tappe cruciali, di momenti significativi di crescita, di crisi, capaci di determinare progressi, ma anche pericoli e conflitti.
Abbiamo già accennato al fatto che il bambino ai suoi inizi è dominato dai bisogni. Bisogni provenienti sia dall'esterno: rumori o luci troppo forti, freddo, eccetera, che dall'interno del suo corpo: bisogni di cibo, di sonno, che gli si cambino i pannolini bagnati, e soprattutto di conforto, di una presenza amorosa costante al suo fianco.
Il neonato non può far fronte a questi bisogni da solo; è necessario un intervento dall'esterno qualunque sia il bisogno da cui il bambino è pressato.
Uno solo è il comportamento mostrato in superficie: pianto ed agitazione, di qui la necessità per chi lo assiste di imparare a distinguere tra i diversi bisogni del neonato e di dare una risposta giusta al bisogno specifico.
Cosa accade presumibilmente nella psiche del bambino all'inizio?
Due contrastanti sensazioni lo dominano: dispiacere quando i suoi bisogni non vengono alleviati, e piacere quando vengono soddisfatti.
Poniamo che il suo bisogno di un dato momento sia il cibo: ripetute esperienze di soddisfazione della fame gli insegneranno ad associare al bisogno del cibo, l'immagine di una madre che accorre con un biberon.
Ma a questo punto dobbiamo fare un'osservazione particolare: il bambino non sa distinguere tra sé e la madre, non sa dove finisce lui e dove comincia la madre: tutto ciò che è piacevole, e la madre è piacevole, viene vissuto dal bambino come facente parte di sé; tutto ciò che è in qualche modo doloroso, viene rigettato da sé.
Insomma è come se l'altro non avesse esistenza propria; l'altro viene confusamente avvertito solo quando il bisogno si rappresenta, e gradualmente si fa strada la consapevolezza che è da lui che ci vengono le cose.
All'interno di questo rapporto, in cui il bambino riceve dalla madre il sollievo dalle sue tensioni, e la madre la gratificazione del suo bisogno di essergli indispensabile, se la madre è sufficientemente in grado di entrare in empatia col figlio sui suoi bisogni, il bambino comincia ad uscire dal primo strato di concentrazione esclusiva in se stesso, e diventa disponibile all'incontro, sviluppa affetto per chi è così importante per lui.
La madre viene gradualmente interiorizzata, cioè comincia ad essere percepita come qualcuno che esiste sempre, anche quando non ne ha bisogno (costanza dell'oggetto); nasce così il senso primario di fiducia, tanto importante per la futura evoluzione positiva di ogni persona.
Senso di fiducia che è il segno del superamento della scissione tra madre buona e madre cattiva, segno che il bambino ha imparato a tollerare un certo grado di rifiuto da parte della madre; rifiuto che esiste sempre, sia perché è impossibile accettare completamente chicchessia, sia perché le pretese del bambino sono talmente alte, che neanche la madre più devota, potrebbe soddisfarle.
All'interno dunque di questo primo rapporto con la madre, il bambino riceve soddisfazione ai suoi bisogni fondamentali: quello di essere sostenuto e confortato, e quello di ricevere la fonte della sua sopravvivenza.
In questo periodo la bocca costituisce per il bambino la parte più importante del suo corpo; da cui trae sia il nutrimento che un altro tipo di piacere: il succhiare per il succhiare, che è espressione di questo rapporto piacevole che si va creando con la madre.
Ma l'attività gratificante della bocca non si limita a questo: il bambino si comporta come se volesse conoscere con la bocca tutto ciò che è alla sua portata, mette tutto in bocca.
Finora il mondo degli adulti si è comportato in modo molto tollerante, limitandosi in pratica ad averne cura, e richiedendo al bambino solo una certa abitudine all'ordine e regolarità nell'assunzione del cibo e del sonno.
Ora nell'educazione del bambino subentra un altro elemento importante: l'educazione alla pulizia. La madre cerca di fargli perdere l'abitudine a bagnarsi e sporcarsi.
L'intero secondo anno di vita trascorre sotto il segno di questi sforzi.
L'impresa non è molto semplice perché all'inizio i muscoli sfinterici del bambino non sono sviluppati ancora al punto da permettergli di trattenere l'orina e di regolare le sue evacuazioni; tuttavia ben presto si rivela l'opposizione del bambino agli adulti, in quanto intende difendere il proprio diritto ad evacuare quando piace a lui, e vuole difendere il possesso su questa parte del suo corpo: è il primo tentativo del bambino di provare la sua autonomia dagli adulti.
Abbiamo ormai visto due dei primi momenti cruciali dello sviluppo, che la psicoanalisi chiama fase orale e fase anale; in entrambi abbiamo potuto osservare che il bambino sviluppa sia modi per entrare in contatto col mondo fisico (nel primo stadio rapporto con l'alimentazione, nel secondo con l'evacuazione), sia modalità sociali (nel primo stadio abbiamo visto sorgere la fiducia, o la sfiducia nel caso sfortunato, e nel secondo i primi rudimenti di autonomia).
Un altro momento importantissimo dell'evoluzione del bambino, cui un tempo si facevano risalire tutte le responsabilità di una futura patologia è quella terza fase in cui il bambino diviene consapevole dei suoi genitali, scopre le differenze tra i sessi, si pone domande sull'origine dei bambini.
Questo è potuto avvenire perché sono ormai entrate pienamente nella sua vita nuove figure: il padre e i fratelli.
Stiamo parlando della situazione edipica; l'aspetto che ci piace sottolineare in questa fase, è il passaggio da un rapporto a due bambino-madre esclusivo, ad un rapporto triadico, in cui c'è anche qualcun altro che viene vissuto come rivale nei riguardi dell'amore della madre, anzi che rivendica un maggior diritto al suo possesso.
Il bambino si trova ad affrontare la paura di essere un escluso.
Ma la cosa è ancora complicata dal fatto che il bambino odia sì il suo rivale, ma lo ama anche, e se ne aspetta protezione.
Il bambino uscirà da questa fase rinunciando al possesso esclusivo sui genitori, e interiorizzando i loro modelli, divieti e scelte di vita (interiorizzazione del Super-Io).
A questo punto il bambino ha rafforzato la sua autonomia dall'ambiente esterno, cui si contrappone con una propria coscienza separata.
C'è poi un periodo di relativa pace, la latenza, in cui sorge l'interesse per altre figure fuori dalla famiglia: compagni di scuola, insegnanti, eccetera.
E' anche il periodo in cui sorgono vari interessi, e il bambino impegna le sue energie in attività socialmente apprezzate. Il bambino insomma per intrattenersi, può cominciare ad affidarsi alle proprie risorse, non ha più bisogno di dipendere esclusivamente dagli altri.
Arriviamo così al turbinoso periodo dell'adolescenza, con i suoi alti e bassi, in cui assistiamo alla rivolta contro i genitori, cioè alla lotta dell'adolescente per affrancarsi dai legami emotivi infantili.
E' un momento difficile sia per i ragazzi che per i genitori, è sostanzialmente una lotta interiore quella che il ragazzo sta combattendo, contro le sue figure interne di genitori idealizzati-disprezzati, ma che si svolge ogni giorno con i genitori reali, e questo provoca spesso grossi problemi nella relazione.

riferimenti bibliografici
Anna Freud, Opere, Boringhieri Torino
Manuel Tejera de Meer, Il bambino e i suoi primi rapporti umani, Cittadella
E.Erikson, Infanzia e società, Armando.



martedì 21 febbraio 2012

La nascita della psicoanalisi - quinta parte (seguito)







La teoria strutturaleDivide la psiche in tre gruppi di funzioni: Es, Io e Super-Io.

L'Es consiste nelle rappresentazioni psichiche delle
pulsioni istintuali, fonte di energia dell'intero apparato.
L'energia è di due specie: distruttiva, derivante dalla
pulsione aggressiva; libidica, proveniente dalla pulsione erotica.
I due tipi di energia sono sempre, in varie proporzioni, fusi.
L'Io: all'inizio della vita l'apparato psichico funziona nel
modo caratteristico dell'Es, si preoccupa solo di soddisfare
desideri, scaricando le tensioni in modo immediato.
L'Io è dapprincipio costituito da un gruppo di funzioni
sensoriali e motorie che gli permettono di servire l'Es e i
suoi desideri in collegamento col mondo esterno.
Più tardi l'Io diventa capace di esercitare un controllo
sui desideri pulsionali e addirittura di opporvisi, usando
misure come la rimozione.
Nello sviluppo dell'Io entrano in gioco:
1- maturazione del sistema nervoso2- prime relazioni oggettuali soddisfacenti con le
persone dell'ambiente che permettono la gratificazione e
la frustrazione in proporzioni adeguate.
Queste prime esperienze sono importanti per le
identificazioni vitali che ne conseguono.
Una tappa significativa nello sviluppo dell'Io è
l'acquisizione del linguaggio, processo che facilita
il pensiero.
Un'altra tappa è l'acquisizione della capacità di esame
di realtà
, ossia della capacità di distinguere tra fatti esterni
e fantasia interna.
Altre funzioni dell'Io: memoria, coscienza, capacità di
differire il processo di scarica pulsionale
,
angoscia-segnale.
Lo schema è il seguente: desiderio pulsionale proibito;
angoscia segnale; principio di piacere; meccanismo di
difesa.

Le conseguenze del conflitto possono essere normali o
patologiche.
Super-IoE' un gruppo di funzioni psichiche concernenti le aspirazioni
ideali, gli imperativi e le proibizioni morali.
E' una parte dell'organizzazione psichica che deve la sua
origine all'identificazione con le figure parentali.
E' una parte specializzata dell'Io.
Due importanti caratteristiche della teoria
strutturale
sono:
l'accento posto sull'aspetto genetico o evolutivo delle
funzioni psichiche; e il fatto che ogni prodotto dell'attività
psichica è la risultante dell'interazione tra Es, Io e Super-Io.
Freud abbandonò la teoria topica perché non
spiegava adeguatamente il conflitto psichico: la teoria
topica afferma che tutto ciò che non può giungere alla
coscienza deve essere un desiderio sessuale rimosso del
sistema inconscio.
Ma la teoria topica non riesce a spiegare il fatto che le
forze psichiche responsabili della rimozione, che per
definizione appartengono al sistema Preconscio, siano
invece anch'esse inconsce.

Era quindi necessario liberarsi dal riferimento alla
distinzione tra inconscio e preconscio.
Il sistema che si oppone alle pulsioni rimosse corrisponde
ad un'organizzazione che ha contenuti sia preconsci che
inconsci, ma unificati dal punto di vista funzionale.
I tre sistemi sono le componenti dell'apparato che produce
il comportamento, secondo la visione meccanicista.
L'Io è la struttura centrale, il luogo di rielaborazione
delle richieste dell'Es e del Super-Io.
Il comportamento, in particolare quello nevrotico, può
ora essere spiegato come il risultato del compromesso
tra queste diverse tendenze: la nevrosi è l'esito di un controllo
non ottimale dell'Io nei confronti delle pulsioni, o delle
esigenze del SuperIo.

Tra l'amoralità dell'Es e l'ipermoralità del Super-Io,
l'Io deve lottare per mantenere il dominio sulla realtà
(che costituisce la sanità psichica) eliminando gli influssi
dei conflitti infantili che provocano una valutazione distorta
del rapporto con la propria realtà personale.
Teoria strutturale e metapsicologia delle pulsioni:
la teoria strutturale è inquinata da influssi negativi della
metapsicologia delle pulsioni.
L'Es è impropriamente visto come struttura senza struttura.
Il Super-Io diventa il rappresentante della pulsione
di morte, a seguito di presunte vicende energetiche che
la trasformano in autoaggressività e senso di colpa.
La teoria dell'Io è ambigua, includendo da una parte
la nozione di Io = soggetto, dall'altra quella di Io =
funzione psichica specializzata, organo centrale del sistema.
Ruolo teorico dei concetti = i concetti strutturali
sono di per sé proposti come classificazione di gruppi
omogenei di funzioni: desideri fondamentali- funzioni
cognitive realistiche- esigenze morali e ideali.
Il loro valore logico è di tipo classificatorio-descrittivo,
non esplicativo: non possono far parte di una spiegazione
causale dei dati, in quanto sono nomi che ridescrivono
i dati stessi.
Più utilmente i concetti strutturali sono da
considerare come tre polarità che strutturano
il campo psicologico del soggetto
, componenti logiche
di una teoria del soggetto, non costituenti psicologici
del suo apparato.

Il soggetto psicologico si sviluppa a partire dall'interazione
tra i bisogni iniziali e le risposte culturali-ambientali,
mediante l'attivazione di apparati psicofisiologici.
Il comportamento attuale è funzione di un'interazione tra
la struttura motivazionale (risultato della sua storia) e
l'ambiente di relazioni interumane.
Si può così costruire una teoria strutturale in senso
proprio, che possa essere proposta come teoria
esplicativa.
Qui il concetto di struttura non è inteso come un dato
empirico presente nell'oggetto, ma uno schema teorico
che rende intelligibili i dati.
Con questo nuovo punto di vista (alternativo a quello
meccanicistico-intrapsichico) si può abbandonare come
falso problema l'opposizione energia-struttura.
Le pulsioni non sono da intendere vitalisticamente come
tendenze biologiche innate, ma come schemi motivazionali
che organizzano funzioni cognitivo-valutative, emotive,
schemi d'azione.
Il recupero di un punto di vista evoluzionistico,
presente nel Freud clinico, può trasformare la teoria da
meccanicista in genetico-strutturale:
- come risultanza della storia delle strategie di soluzione
dei problemi vitali del soggetto ; e
- come soggetto in relazione, nel contesto delle situazioni in
cui si sviluppa la sua attività.
Questo paradigma darwiniano può costituire un punto
di vista interessante per il recupero del nucleo cosiddetto
umanistico delle scoperte freudiane, come base più
adeguata entro cui le proposte degli autori più recenti
potrebbero svilupparsi (vedi Popper).
Revisione della teoria dell'angoscia e nuovo ruolo dell'Io
- nevrosi attualile pulsioni sessuali, se eccitate e non scaricate, sono
soggette ad essere sbarrate come da una diga; se tale libido
arginata supera il limite entro cui l'organismo può
contenerla, viene scaricata ma non sotto forma di
eccitamento sessuale, bensì di angoscia morbosa.
Il cambiamento era ritenuto fondamentalmente biochimico.
- in un secondo momento, Freud parlerà di angoscia
anche per quanto riguarda le psiconevrosi, secondo lo
stesso schema: angoscia = risultato di una trasformazione
della libido rimossa (rimozione fallita).
- terzo momento: Inibizione, sintomo e angoscia del
1926:
riorganizzazione delle teorie dell'angoscia, in seguito al
nuovo ruolo assegnato all'Io, ma mantenimento anche
della teoria precedente, producendo così una teoria contraddittoria.
L'Io viene considerato la sede dell'angoscia; l'angoscia è
la risposta del'Io ad un pericolo pulsionale proveniente
dall'interno, così come la paura è la risposta adeguata ad
un pericolo esterno.
Come già detto però Freud cerca anche di conservare la
teoria precedente, proponendo una teoria con una duplice
fonte: la prima teoria viene conservata sotto forma di
un'angoscia sottratta all'Io e prodotta più o meno
automaticamente come risultato di fattori economici di
accumulo e scarico di energie pulsionali.
L'altra forma di angoscia presuppone una fonte
completamente diversa e implica l'attiva partecipazione
dell'Io.
L'Io è considerato come la sola sede di quest'angoscia,
prodotta e sperimentata come segnale di pericolo.
La teoria più remota aveva elaborato un modello
fisicalistico di rimozione libidica producente angoscia.
La più recente teoria del segnale riteneva che
l'angoscia avesse la funzione di segnalare il pericolo
e di favorire la rimozione e altre difese.










Per leggere l'articolo nella sua interezza:

http://www.tinas.it/filosofia/freud05.htm




La nascita della psicoanalisi- quinta parte


La teoria strutturale
La nuova teoria delle pulsioni
La vecchia teoria delle pulsioni era stata indebolita dall'introduzione del concetto di narcisismo: anche le funzioni dell'Io erano state libidinizzate, tutto ormai era libido, di conseguenza il conflitto psichico non poteva più essere spiegato.
Urgeva una revisione della teoria.
Freud perciò sostituisce alla vecchia opposizione pulsioni sessuali/pulsioni di autoconservazione, la contrapposizione tra pulsioni di vita/pulsioni di morte (Eros-Thanatos).
L'unico vantaggio della nuova opposizione è che valorizza il ruolo dell'aggressività, fatta rientrare sotto il capitolo pulsione di morte.
Come arriva Freud alla nuova teoria, che troviamo nei saggi Al di là del principio di piacere del 1920 e L'Io e l'Es del 1923?
La revisione si era resa necessaria, non solo per i problemi teorici connessi all'introduzione del narcisismo, ma anche perché la teoria della libido non era in grado di spiegare i problemi clinici della coazione a ripetere, dei sogni angosciosi, della nevrosi traumatica, della reazione terapeutica negativa, dell'aggressività, dell'ambivalenza, del sadomasochismo, in base al principio di piacere come tendenza generale dell'apparato.
Questi dati vengono ora spiegati da Freud come tendenza a riprodurre uno stato precedente.Questa tesi viene giustificata soprattutto con una riflessione metapsicologica sui concetti economici: funzione primaria dell'apparato è quella di legare l'energia interna, ancor prima di poterne regolare il flusso col principio di piacere.
La tendenza alla ripetizione sarebbe espressione della funzione di legame, così come la tendenza al piacere sarebbe espressione della funzione di scarica.
Ma anche la tendenza alla ripetizione sarebbe di carattere pulsionale, anzi rappresenterebbe la caratteristica fondamentale delle pulsioni.
Freud cerca la prova di questa tesi sul piano delle speculazioni biologiche circa il comportamento delle cellule.
Il metabolismo degli organismi biologici viene interpretato come manifestazione di un'ipotetica coppia di pulsioni elementari, Eros e pulsione di morte, attive a livello delle singole cellule.
La nozione di pulsione, intesa come tendenza al ritorno ad uno stato precedente inorganico, diventa la forza fondamentale di tutta l'attività degli organismi.
La pulsione è tendenza biologica prima che psichica.
Ma come fa a rientrare in questo schema (che si addice prevalentemente alla pulsione di morte) Eros o la pulsione di vita?
Eros è infatti tendenza all'integrazione. Per poterla dedurre dal concetto generale di pulsione, ossia di ritorno ad uno stato precedente, deve far ricorso al mito dell'androgino, come entità integrata cui Eros tenderebbe con la sua attività.
Le pulsioni in senso clinicosono una derivazione di queste entità ultime, mediante processi di fusione (controllo di Eros sulla pulsione distruttiva) e di defusione (distruttività libera), da cui hanno origine le manifestazioni psicologico-comportamentali delle pulsioni.
In tutto ciò si può notare l'ingerenza di paradigmi metafisici , da cui la nuova teoria pulsionale viene indebitamente dedotta.
La confusione tra piano speculativo e piano della spiegazione dei dati ha prodotto solo una pseudo-teoria.
I concetti clinico-psicologici mantengono invece una loro validità indipendente (coazione a ripetere come fatto clinico, senso di colpa ecc.) ma rischiano di rimanere senza basi teoriche.



sabato 11 febbraio 2012

La nascita della psicoanalisi - quarta parte

La metapsicologia









Possiamo distinguere due teorie in psicoanalisi:
- una teoria clinica ossia lo studi
o delle motivazioni
del soggetto, da reperire nella storia dei suoi rapporti
oggettuali; e
- la metapsicologia, da repe
rire nell'ambito del
funzionamento della mente come apparato psichico.
Testi metapsicologici:

Il Progetto (1895), L'Interpretazione dei sogni (1899),
Pulsi
oni e loro destini, La Rimozione, L'inconscio,
Supplemento metapsicologico alla
teoria del sogno,
Lutto e melanconia
(questi ultimi tutti del 1915).
La metapsicologia intende spiegare il comportamento,
ossia i fatti psicologici, in base a tre punti di vista:
- quello topico (distinzione tra i sistemi inconscio,
preconscio e conscio);
- dinamico (riguardanti le forze in conflitto);
- economico (relativo alll'energia e alle sue
trasformazioni).
Coordinate generali della teoria clinica
Sotto questo aspetto la psicoanalisi è anzitutto
una teoria dell'inconscio, e terapia delle
manif
estazioni patologiche della rimozione
(qui intesa come nome generale del
misconoscimento di sé, fondamento dei vari
meccanismi di difesa).
In quanto attività terapeutica la psicoanalisi
colloca il soggetto in prospettiva storica,
ponendo l'organizzazione psichica attuale in
connessione con la sua storia, soprattutto infantile.
Ad esempio le nozioni di fissazione-regressione,
liberate dal contesto economico-biologico, si possono
intendere in senso psicologico come irrigidimento
di particolari schemi d'interazione.
La teoria clinica ha per obiettivo centrale
l'origine dell'organizzazione psicologica,
dovuta all' interazione organismo/cultura,
come momento fondante della storia del soggetto
di cui l'anali
sta dà una rilettura in un nuovo
linguaggio e prospettiva).
Struttura logica della metapsicologia
Per Freud la spiegazione clinica di un caso è
fondata su una teoria di livello logico superiore,
la metapsicologia.
La spiegazione metapsicologica elabora un
complesso di modelli concettuali più o meno
distanti dall'esperienza
, come la finzione di un
apparato psichico diviso in istanze, la teoria delle
pulsioni, il processo della rimozione ecc.,
facendo riferimento ai tre noti punti di vista.
Apparentemente coordinati, i tre punti di vista si
basano su postulati metafisico-ontologici, ossia
su una visione fisicalista-m
eccanicista del
mondo, dell'uomo, e della procedura di
spiegazione scientifica.

Vero fulcro di questa ossatura filosofica è il punto di
vista economico .
Critiche alla metapsicologia dagli anni '60 in poiDagli anni '60, dopo la psicologia dell'Io, inizia la
grande crisi interna, con gli attacchi alla nozione
di energia psichica ecc.
I vari autori riconoscono l'esistenza delle due teorie
all'interno del corpus psicoanalitico.
Per alcuni l'unica valida, da sviluppare ulteriormente,
è la teoria clinica; per altri non ha senso sviluppare
una teoria clinica che non abbia fondamento su
ipotesi riguardanti l'attività e l'organizzazione del
sistema nervoso centrale
.
In sostanza tutti sono d'accordo solo sulla necessità
di riformulare la struttura teorica della psicoanalisi,
ma non c'è accordo sui metodi, i due estremi essendo
costituiti dal m
etodo ermeneutico-comprensivo,il cosiddetto metodo delle scienze dell'uomo, e del
metodo naturalistico, metodo delle scienze della
natura
.
Il concetto metapsicologico di pulsioneLa pulsione, concetto costruito per analogia col
concetto fisiologico di stimolo, sarebbe il
rappresentante psichico
degli stimoli endosomatici
(costituenti i bisogni fondamentali) che pervengono
alla psiche.
Questi stimoli interni si differenziano da quelli esterni
specifici. In varie parti del corpo e in corrispondenza con
varie funzioni dell'organismo (fame, sete, respirazione,
sessualità), si producono tensioni sotto forma di stimoli
meccanici e/o chimici, che raggiungono il sistema nervoso
e quindi l'apparato psichico, dove diventano energia delle
rappresentazioni
: l'oggetto del bisogno viene rappresentato
psichicamente da un'idea,
e questa viene investita da
quest'energia pulsionale.
Si tratta quindi di una spinta biologica che impone un lavoro
psichico.
Le pulsioni sono la fonte di tutta l'energia dell'apparato
psichico.
Questa nozione fisicalista si è riversata sulle concezioni
cliniche, in particolare sulla teoria della sessualità,
trasformata così in teoria della libido come energia che
investe le rappresentazioni (desideri sessuali), la cui
attività resta così strettamente condizionata dalla
produzione di energia nella fonte somatica.
La sessualità
è stata così biologizzata.
Tuttavia nella nozione di rappresentanza psichica, c'è
un germe di superamento di questa logica.
Si può attribuire così al piano psichico nel suo complesso
questa funzione di rappresentanza delle esigenze biologiche,
una funzione di mediazione tra il piano biologico e il piano
delle esperienze intersoggettive e sociali.
Nella dialettica tra biologia e cultura si costituisce
il soggetto psichico.
I concetti di inconscio e rimozioneScopo della rimozione è il controllo dei desideri libidici
conflittuali.
Il meccanismo della rimozione consiste nella separazione
dell'energia (libido) dalla rappresentazione di desiderio,
rendendo così innocuo il desiderio.
Oggetto della rimozione sono i desideri sessuali infantili
(rimozione originaria delle componenti pregenitali della libido
che costituisce l'inconscio).

bibliografia
Sigmund Freud, Opere complete, Boringhieri.













Per leggere l'articolo nella sua interezza:

http://www.tinas.it/filosofia/freud04.htm