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venerdì 16 novembre 2018

Un figlio a 62 anni. Che vuol dire essere genitori?


Ho sempre pensato che essere genitori non sia sinonimo di altruismo.
 Non diventiamo genitori  perché siamo buoni e vogliamo fare del bene. C’è anche dell’egoismo nel desiderare un bambino.
Siamo esseri umani. Capaci dei più grandi orrori, pensiamo ad Auschwitz. Ma anche di atti di grande generosità, come sacrificare la propria vita per qualcun altro.

 E nella vita di tutti i giorni, dobbiamo continuamente sforzarci per trovare un equilibrio tra questi opposti.
In questi giorni molti di noi  avranno letto di una  signora, infermiera di 62 anni, che si è fatta ingravidare in Albania con un embrione proveniente da ovuli e spermatozoi altrui.
Per poi partorire presso il San Giovanni di Roma.
La signora ha fatto capire che spera di vivere almeno fino ad ottanta anni, in modo da accompagnare la figlia fino ai diciotto anni.  

 Una situazione alquanto particolare: la signora ha già 62 anni, e non è sposata. Anzi, dice di aver tentato fino all’ultimo di trovare il suo uomo ideale. Ma poi ha preso atto della situazione e ha deciso di risolvere in un altro modo il suo desiderio di maternità.
 Sono anch’io una madre e mi faccio molti rimproveri. Però qui vedo molti punti critici:
- il poco tempo in cui potrà essere accanto alla figlia;
- il fatto di non essere sposata o non avere un compagno, e quindi, se le capitasse qualcosa, non poter lasciare la figlia in mano all’altro genitore.
Rimarrà da sola questa bambina/ragazza? E le sarà lasciato il denaro sufficiente per vivere?

Qualcuno si è chiesto se avere un figlio è un diritto.
Personalmente vedo un figlio come un desiderio o una scelta che nasce all’interno di un rapporto con la persona che si ama.
E non credo sia un diritto avere un figlio a tutti i costi. Un figlio non è un oggetto da acquisire, da esibire, da usare.  E questo vale sia per una coppia, che per una persona sola.
Ma se si è soli e anziani, si rischia di considerare un figlio qualcuno di cui occuparsi proprio per non rimanere soli, per riempire la nostra vita.
Non so cosa ne pensate.

 



martedì 15 marzo 2016

ancora su: maternità surrogata/utero in affitto


Chi frequenta questo blog sa come la penso sull'utero in affitto.
Pratica che di solito permette a persone ricche che non riescono a generare, di "affittare"una donna che ha bisogno di soldi (ingravidandola con i moderni mezzi della medicina), per poi consegnare loro l'esserino, frutto di questa pratica.

Trovo tutto questo eticamente inaccettabile così come vendere un rene o una prestazione sessuale.
 

Mi pare che una parte delle femministe, così attente in teoria ai diritti delle donne, e a contrastare il loro sfruttamento, abbiano fallito.
Non capisco come facciano a non vedere che si tratta in tutti questi casi
di una mercificazione
, di una riduzione del valore delle donne ad oggetti in vendita, di una robottizzazione dell'individuo.

Siamo nel mondo grazie al nostro corpo. E' solo per suo mezzo che viviamo e facciamo esperienze.
Mercificare il nostro corpo, offende la nostra anima, direbbe un cattolico.
Io, che non sono credente, dico che offende la nostra personalità e il nostro valore.

Alcune esternazioni pubbliche mi hanno stupita.
Qualche tempo fa  in un'intervista la scrittrice Michela Murgia diceva
che non avrebbe avuto alcun problema a generare una creatura per poi
"donarla" ad un'amica sterile. Sì vabbè...
Il giornalista Nicoletti, un maschio in questo caso, diceva di considerare normale "produrre" bambini per chi non poteva, ventilando in un certo senso l'accusa di egoismo per le donne che non volessero mettere in atto questo comportamento.


Probabilmente qui c'entra anche il fatto che i maschi, non avendo un'esperienza 
diretta della gravidanza, tendono a sottovalutare  l'impegno di tempo, quasi un anno della propria vita, da dedicare a quella che è una vera impresa; i possibili pericoli per la salute, e il distacco finale da una creaturina che si è tenuta dentro il proprio corpo per nove mesi.

Insomma,  si delinea forse un nuovo carico per le donne in grado di generare: saranno considerate egoiste e cattive se non accetteranno di farsi usare come generatrici per altri.



lunedì 4 gennaio 2016

genitori e figli


Qualche giorno fa sono entrata in un'edicola di una cittadina in zona Roma nord.
Era domenica, e mentre attendevo il mio turno per comprare il  giornale, vedo un papà col suo piccolo accanto, un bimbetto di 4 o forse addirittura 3 anni. 

Il papà ha in mano un cosiddetto fucile-giocattolo, un Winchester, dice con un certo orgoglio.
Chiede al giornalaio se ha dei proiettili adatti, apre il fucile e mostra dove vanno inseriti.

Vedo che il giornalaio rimane basito, e risponde con ironia per non essere offensivo, facendo però capire che non gli sembrava opportuna "un'arma" del genere in mano al bambino.
A ciò il padre risponde: ma sono proiettili piccolissimi, e poi fanno più fumo che altro.

Avevamo tratto tutti l'impressione che il fuciletto interessasse al padre, e non al bambino.
Sarebbe stato accettabile che il padre avesse regalato al bambino una ben riconoscibile pistola giocattolo, di plastica, colorata e priva di proiettili, per giocare, per fingere di sparare.

Ma il fuciletto in questione sembrava una vera arma e funzionava con proiettili. Molto pericoloso a mio parere.
Perché il bambino può vedere un film in cui si spara e se gli dai un'arma (giocattolo) che ha al suo interno dei proiettili, sia pur piccoli, per giocare sparerà per far finta di uccidere, e magari potrà colpire qualcuno.
Magari lo colpirà al viso, in un occhio, e chi gioca con lui potrebbe rimanere cieco. 


Ha pensato a questo il papà del piccolissimo bambino?
Non può arrivarci da solo il bambino,  non capirà che  quella cosiddetta finta-arma agirà come un'arma vera.


Dopo l'uscita dei due dall'edicola, tutti noi presenti ci siamo guardati in viso, credo pensando le stesse cose. Qualcuno ha anche commentato: ma se li abitui così, di cosa ti lamenti poi?
E non è qualunquismo.




martedì 24 febbraio 2015

Ancora sull'adozione - conoscere i genitori originari ?

Oggi vorrei fare qualche riflessione sul diritto dei figli adottivi di conoscere i genitori originari.  
Premetto che non posso essere considerata neutrale rispetto al tema, in quanto ormai parecchi anni fa ho fatto ricorso all'adozione internazionale.
Le persone con cui io e mio marito entrammo in contatto in quell'occasione, ci dettero alcune informazioni sui genitori originari, e su come i fratellini che intendevamo adottare avevano trascorso i primi anni di vita. 
Condividemmo queste notizie con quelli che diventarono i nostri figli, rimandando a qualche anno dopo quelle che potevano risultare per loro più traumatizzanti.

Non so se le persone dei Servizi Sociali con cui entrammo in contatto ci dettero quelle notizie, come da regolamento di Legge, o perché sembrava loro giusto.
Ad ogni modo ho sempre pensato che fosse stata una scelta opportuna da parte loro. 

Ho sempre pensato che la relazione genitore-figlio, sia che derivi da una gravidanza che da un'adozione, è una relazione impegnativa, e lo sappiamo tutti, sia per i genitori che per i figli.
Ed è difficile stabilire quali siano i modi migliori per tutelarla ed alimentarla positivamente.
La giurisdizione internazionale nel campo delle adozioni, va sempre più nella linea di riconoscere il diritto degli adottati a conoscere i genitori d'origine.

Il mio parere in merito è negativo. 
Se un uomo, una donna, o una coppia,  rinuncia ad essere genitore del figlio, e dà con questo al bambino la possibilità di trovare un altro genitore, penso che bisogna prenderne atto in tutti i sensi.
E' logico che il bambino faccia delle fantasie, e si chieda chi erano i genitori di prima, e perché l'abbiano abbandonato. Questa sarà una ferita che pur in parte rimarginata rimarrà sempre dentro di loro. E per sempre dovranno combattere col sospetto che siano stati abbandonati per una loro colpa o difetto (perché è così che vivranno la situazione).

Forse è giusto che vengano a conoscenza dei fatti basilari riguardanti la loro nascita e genitori d'origine, ma la possibilità di farli rientrare in contatto mi sembra che presenti più problematicità che possibilità positive.
Potrebbero mai ottenere una risposta sincera al quesito: perché mi hai abbandonato? 
Non sarebbe invece il caso di non porre ulteriori ostacoli al rapporto con quelli che hanno scelto di diventare i loro genitori? 

Nel mio post precedente sull'argomento, facevo cenno al calo di domande sull'adozione internazionale, probabilmente surrogato dal ricorso ad altri metodi, sia legittimi come procreazione assistita ed eterologa, che non eticamente accettabili come madre surrogata.
E' possibile cioè che degli aspiranti genitori, di fronte alle problematicità che potrebbe provocare, un giorno, il riincontro del figlio adottivo con i genitori originari, decida di optare per questi altri metodi. 

Questo è il link al precedente post:
Sull'adozione




lunedì 16 febbraio 2015

Sull'adozione


In questi giorni due cose mi hanno fatto pensare all'adozione.
- l'articolo di un'amica sul suo blog:
Il declino dell'adozione internazionale


- un film francese.


Premetto che svariati anni fa ho adottato due fratellini piccoli ma non piccolissimi. 
Nel film francese, di cui non ricordo il titolo, si parlava di una coppia che non riuscendo ad avere un figlio con metodi naturali, di fronte alle difficoltà dell'adozione, si rivolgeva ad una madre surrogata.
Madre surrogata che, alla fine, decide di tenere con sé la sua bambina.


Premesso che trovo lecita, anche se a volte pericolosa per la salute, sia la procreazione assistita che la fecondazione eterologa, nessuno di questi due metodi mi piace. 
Riguardo poi alla madre surrogata, madre che viene ricompensata pecuniariamente, trovo la cosa addirittura orrenda.

E anch'io penso: ma con tanti bambini abbandonati, devo ricorrere ad uno di questi metodi per avere per forza un bambino che venga dalla mia pancia? 

Nel post di cui sopra si parla però di una diminuzione delle adozioni internazionali, anche se in Italia meno che in altri paesi. E mi chiedo: è veramente diventato più difficile oggi adottare o si preferisce ricorrere agli altri metodi?





domenica 14 dicembre 2014

una mamma è stata accusata di aver ucciso il suo bambino

Si parla tanto in questi giorni, sui giornali e in televisione,  della mamma di Ragusa che avrebbe ucciso il suo bambino di otto anni.

 
Noi non sappiamo se lo abbia ucciso davvero
, non abbiamo la possibilità di accedere alle carte, ma l'impressione è che si tratti di indizi, alcuni dei quali non chiari.


Noi non sappiamo, ripeto.
Trovo giusto che vengano riportate le notizie, ma non come lo si sta facendo, mettendo in atto una sceneggiata che spinge gli spettatori a prendere una posizione.

Addirittura ho l'impressione che la cosa diventi emotivamente stancante,  tanto che chi segue, quasi non veda l'ora che un colpevole sia individuato, per farla finita.  E' brutto, non vi sembra?

Mi ha colpito molto che la mamma di cui stiamo parlando sia stata completamente abbandonata dai parenti, tanto che per potersi cambiare è dovuta ricorrere all'aiuto delle altre detenute.
Abbiamo letto tutti dell'infanzia e adolescenza difficili (è dir poco) che questa donna ha vissuto, e dell'astio con cui la sorella la madre e altri parenti parlano di lei.

Una cosa che sempre mi colpisce in casi come questi è l'atteggiamento dei mariti, che sembrano sempre cadere dal pero.
Così come nel caso della mamma di Cogne, i mariti sembrano non accorgersi delle difficoltà delle mogli.
In quest'ultimo caso sembra che il marito abbia dichiarato di non aver mai saputo nulla dei problemi familiari e adolescenziali della moglie.
Eppure queste difficoltà dovevano essere grandi!

Azzardo un'ipotesi: forse sono mariti che lasciano completamente alle mogli la cura della casa, e soprattutto dei figli, come se questo per una donna fosse un compito facile, comodo.

Un'altra cosa: al magistrato spetta di accertare i fatti, ma può dire che la donna inquisita ha un'indole malvagia? 
A parte il fatto che vorrei sapere cosa significa questa frase. Gli spetta questo giudizio?

P.S. Se in Italia ancora non c'è, non sarebbe il caso di creare , così come c'è in Inghilterra a Scotland Yard, una scuola di investigazione per formare chi dovrà fare le indagini? 
Si rischierebbero meno errori e si spenderebbero anche meno soldi dello Stato. Pensate ai milioni spesi nel caso della povera ragazzina Yara, in cui si è passato al setaccio il DNA di credo migliaia di persone!




mercoledì 6 agosto 2014

un mercato di bambini?


Due vicende mi hanno colpita recentemente, entrambe riguardanti persone desiderose di diventare genitori.
Vicende eclatanti che, penso, tenderanno a riproporsi a causa di un atteggiamento che si diffonde sempre più, e che potremmo chiamare: mercificazione delle persone.


Una è la vicenda della madre surrogata tailandese, che portava avanti una gravidanza in nome e per conto di una coppia di coniugi australiani, genitori biologici del futuro bambino.
(Se intendo bene, genitori biologici dovrebbe significare che i gameti sessuali provenivano da loro e non dalla madre surrogata.)


E' sorto il problema quando la madre surrogata si è accorta di portare dentro di sé due gemellini: una bimba "normale" e un bambino "down".

Cos'ha fatto la coppia australiana che aveva "commissionato" la gravidanza?
Ha preso la bimba sana e ha abbandonato il bimbo problematico.
E' esploso un caso sui giornali di tutto il mondo: la mamma surrogata ha lanciato un appello per reperire denaro per tenere con sé e far operare il bimbo malato.
Ad un certo punto si è detto che il caso fosse tutto una balla, ora invece si racconta di precedenti per pedofilia del padre australiano.


Lasciamo perdere tutte queste aggiunte, dico quello che ho pensato:
- penso che se avessi avuto io nella pancia i due gemellini, mi sarei posta il problema di una aborto terapeutico. Perché non è stato proposto in tempo alla madre surrogata?

- penso che fa un bruttissimo effetto che i coniugi australiani abbiano portato via con sé  la bambina sana, la "merce non avariata", e abbiano lasciato alla madre surrogata il "bimbo avariato", un bimbo che biologicamente apparteneva a loro.

I genitori commissionanti non avevano pensato alle implicazioni sia concrete che morali, derivanti dalla loro scelta di pagare una madre surrogata? 
Non avevano pensato che era possibile adottare un bambino?
Ce ne sono tanti senza famiglia. Ne volevano uno nuovo di zecca?
Scusate se parlo fuori dai denti e uso queste espressioni.


Un altro caso problematico è quello dell'inseminazione artificiale effettuata al Pertini, in cui sono stati introdotti per errore nella pancia di una donna gameti appartenenti ad un'altra coppia.
Ora questa coppia  pretende che alla nascita il bambino venga sottratto alla donna che lo ha portato nella sua pancia durante la gravidanza.

Questo caso per certi versi sembra opposto a quello di cui ho parlato sopra. Lì si parlava di genitori biologici che non volevano prendersi la responsabilità di un bambino nato da un loro gamete malato, qui invece c'è una coppia che vuole strappare un bambino cresciuto nella pancia di una donna per tutta una gravidanza, perché il gamete era di loro proprietà.

Come si risolvono questi problemi? E' difficile e credo ci voglia molto senso di responsabilità. 
Ma in questo secondo caso non penso proprio si possa strappare un bambino che sta per nascere a chi lo ha fatto crescere e portato dentro di sé per tutta una gravidanza, penso che il figlio sia di chi lo alleva e lo fa crescere sia all'esterno che dentro di sé.



domenica 13 aprile 2014

ma i bambini hanno diritti?


Ho letto di una suora stuprata da un religioso, e rimasta incinta.
Capisco che avesse deciso di rinunciare al bambino.
Una suora, cioè una persona che aveva fatto una scelta di vita diversa da qulla della maternità che all'improvviso, in seguito ad uno stupro, si trova di fronte ad un bambino nato da questa violenza intollerabile.


A venti giorni di età il bimbo viene affidato ad una coppia,  con cui rimane fino a qualche giorno fa.
Oggi il bambino ha 2 anni e 4 mesi e la coppia aveva intrapreso la procedura per adottarlo.

Ad un certo punto la madre fisica decide di richiederlo per sé e il Tribunale, in seconda istanza, decide di riaffidarlo a lei.


Mi domando: tra il diritto della madre fisica a riaverlo con sé, e il diritto del bambino alla tranquillità, quale dei due diritti bisogna privilegiare?
Io non ho dubbi: il bambino è rimasto con due persone,  dai 20 giorni ai 2 anni e 4 mesi, è rimasto con queste due persone nel periodo di tempo più importante in cui si costruisce la propria personalità.
Quelle due persone sono per lui la mamma ed il papà.

Provo ad immaginare cosa avrà pensato il bambino quando è stato staccato da quelli che erano ormai i suoi genitori, ed è stato affidato ad una persona per lui sconosciuta, che vive in un convento, e cioè in un ambiente per lui estraneo.
Chissà quali saranno le sue fantasie quando tenterà di capire cosa gli sta succedendo.