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martedì 20 maggio 2014

Shining. Che delusione!


Ho visto ieri sera per la prima volta "Shining", un famoso film di Stanley Kubrick.
Che delusione!

Mi aspettavo un film pieno di tensione, a guardare i trailers addirittura difficile da sopportare. Per questo fino ad ora me ne ero tenuta lontano. E invece la prima parte era addirittura noiosa.
Pensavo che almeno il seguito del film fosse all'altezza delle entusiastiche recensioni, ma non è stato così.

Proprio la tanto osannata recitazione di Jack Nicholson non rendeva il personaggio credibile, pauroso, pericoloso. Era solo la rappresentazione di un buffone.
Insomma,  a mio parere, un film molto sopravvalutato.

P.S. Sono sempre i neri a morire nei film americani?



mercoledì 1 gennaio 2014

Buon 2014 a tutti gli abitanti del mondo


Dal film di Ferzan Ozpetek La finestra di fronte:
"Non si accontenti di sopravvivere, lei deve pretendere di vivere in un mondo migliore e non soltanto sognarlo."

"La memoria costituisce la nostra più vera identità."



venerdì 29 novembre 2013

Changeling


Qualche sera fa, su una tv privata, ho visto Changeling, un film di Clint Eastwood del 2008.

Penso che Eastwood sia tanto stupido quando si esprime in politica, presentandosi come un elettore di destra, quanto intelligente quando dirige un film.
Ricordate durante la seconda campagna elettorale di Obama, quando si sedette accanto ad una sedia vuota, dicendo  che sia quando era occupata da Obama che quando rimaneva senza occupante, era la stessa cosa?

E' curioso che i film di Eastwood (per fortuna) non rappresentino affatto l'ideologia che lui afferma di seguire.
Peccato che lui non lo sappia.

Ricordo i film western di Sergio Leone che Eastwood ha contribuito a rendere dei successi, creando l'icona di una specie di cavaliere errante del West con poncho, cappello e sigaro.
Sergio Leone non aveva affatto capito il suo potenziale quando affermava che aveva solo 2 espressioni: con e senza sigaro.
Ho scoperto casualmente che sa anche suonare il pianoforte, anzi è un appassionato di musica, cosa che mi induce ad apprezzarlo ancora di più.

Ma torniamo a Changeling. Non volevo vederlo, data la trama, e anche perché pensavo fosse una furbata cinematografica, dato che la protagonista del film era Angelina Jolie.

La trama è questa: una madre nubile nella Los Angeles del 1928, l'era del proibizionismo, si trova ad affrontare la scomparsa improvvisa del suo bambino di circa 6 anni.
Naturalmente si rivolge alla polizia, che dopo alterne vicende le riconsegna il figlio.
Peccato che non sia veramente suo figlio, ma un altro bambino che è stato convinto a raccontare di esserlo, in modo che la corrotta polizia di Los Angeles possa esibire un successo di fronte alla popolazione.
La madre insiste: non è mio figlio. Non lo riconosce, una mamma sa riconoscere suo figlio, inoltre è più basso ed è circonciso. Non è lui insomma.
Ma la polizia non può accettare di fare una brutta figura, quindi la rinchiude in un manicomio dove viene imbottita di farmaci e rischia l'elettroshock.
Tra l'altro la donna scopre che in manicomio sono rinchiuse molte altre donne che non soffrono di problemi psichiatrici, ma che davano in qualche modo fastidio alla polizia.

Alla fine la donna riuscirà ad uscire dal manicomio grazie all'aiuto di un reverendo, interpretato dall'ottimo John Malkovich, che le procurerà l'aiuto di un avvocato che porterà in giudizio e sconfiggerà i poliziotti e il prefetto coinvolti nel caso.

In seguito si scoprirà che suo figlio ed altri 20 bambini sono stati catturati da un pedofilo, ma lei non saprà mai se il suo bambino sia stato ucciso o sia riuscito in qualche modo a fuggire.

La regia del film mi è piaciuta molto, senza contorcimenti intellettuali, molto chiara e diretta, e pur tuttavia priva di sentimentalismo.
Sono rimasta sorpresa piacevolmente anche dalla recitazione asciutta della Jolie.

E' tuttavia molto coinvolgente la parte del film che riguarda il ricovero forzato della donna in manicomio e gli indegni trattamenti "sanitari".
Tra parentesi, oggi siamo alla fine del 2013, il ricorso all'elettroshock è stato finalmente vietato, eppure so per certo che in alcuni centri venga ancora praticato.
Del resto esistono gli indegni Ospedali dove vengono rinchiuse persone sottoposte al TOS.






domenica 28 luglio 2013

We shall overcame. Lezione di vita

Un po' di tempo fa ho visto in TV un film: We shall overcame. Lezione di vita, un film premiato al Festival del cinema per ragazzi di Giffoni.

Il film è ambientato in Danimarca, e narra la storia di un sensibile ragazzino figlio di due agricoltori, e del suo rapporto con la scuola.
Siamo nel '68, come si può capire dalla canzone di Bob Dylan citata nel titolo.
Il ragazzo, attraverso il televisore appena acquistato dai gnitori, fa la conoscenza dei movimenti libertari dell'epoca e viene molto colpito dalle parole di Martin Luther King e dai suoi sogni di liberazione dalle catene mentali e non solo del razzismo.

A scuola però il giovane protagonista si scontra con una tradizione ancora vigente, rappresentata dal Preside, per cui gli scolari possono essere picchiati per punizione.

Il film mi ha fatto immediatamente ricordare l'autobiografia dello scrittore inglese Roald Dahl.
Chissà perché, avevo pensato che picchiare gli alunni fosse una tradizione solo inglese.
Evidentemente mi sbagliavo. A questo punto mi chiedo se questa esecrabile usanza , cui è stato ufficialmente posto fine qualche anno fa, fosse estesa a tutta la Scandinavia.

Sia dalla biografia di Dahl che dal film danese, emerge quanto le punizioni corporali fossero, oltretutto, nella maggioranza dei casi, pretestuose, e molto sanguinose.

Mi sono sempre domandata, come la mamma di Dahl, descritta dal figlio come molto a lui affezionata, potesse accettare una cosa del genere, dal momento che era impossibile non sapesse, essendo prassi comune, per così dire, codificata dall'uso.
E mi sono data la risposta che evidentemente questa prassi era ritenuta una specie di allenamento alle durezze della vita.

Nel film il Preside picchiatore si giustifica dicendo che a volte è l'unico modo per convincere i ragazzi a comportarsi come gli si comanda.
Che illogica giustificazione! Con le botte si costringe, non si convince.
Per convincere devi essere moralmente rispettabile, e fornire esempi positivi. Ma è più lungo, e richiede impegno.

Un temporale ha messo fuori uso la mia tele, e mi ha impedito di vedere il finale, dopo aver assistito alla vanificazione della denuncia fatta al Preside, per aver quasi staccato un orecchio al giovane alunno, grazie alle menzognere dichiarazioni compiacenti di alcuni prof.  testimoni.
Però si può rimediare, con una ricerca su Internet.




giovedì 25 ottobre 2012

To Rome with love

Qualche sera fa ho visto To Rome with love di Woody Allen.
Ero molto curiosa di vederlo, per il clamore suscitato dalla sua descrizione di Roma: una Roma che non esiste, era stato detto, da cartolina, e addirittura offensiva per gli stereotipi con cui veniva presentata.

La prima cosa che ho notato è stato il colore.
Come già per il film su Parigi, è stato usato un colore esagerato, nel caso di Roma un'ocra molto caricato, che ho trovato fastidioso. 

Il film su Parigi, pur non essendo un capolavoro, mi era piaciuto. Una specie di favola: una notte il protagonista in giro per la città incontra intellettuali e pittori che noi associamo a quella stupenda città.

Quest'ultimo film invece, mi è sembrato inconsistente, a meno che si voglia considerare un colpo di genio la sceneggiata dell'uomo portato in giro con la cabina-doccia per cantare le opere liriche.
Mi sono perfino addormentata ad un certo punto. Perciò mi sono stupita nel leggere che questo film ha incassato finora 70 milioni di dollari.








venerdì 27 luglio 2012

Due partite


Sabato scorso ho visto in televisione Due partite. Un film di Enzo Monteleone tratto da un libro ed una pièce teatrale di Cristina Comencini.

Il film era trasmesso da Rai 1, e sono rimasta sorpresa per questa ottima scelta.
Il titolo fa riferimento alle 2 parti in cui si divide la storia.
La prima  è concentrata intorno ad un tavolo dove si svolge una partita a carte, pretesto d'incontro per 4 amiche. Nella stanza accanto giocano le bambine che le 4 donne hanno portato con sé, e non poteva essere altrimenti.

Il periodo è quello degli anni '60, molto riconoscibile per alcune di noi il look delle attrici.
Di che parlano queste amiche? Dei loro problemi in quanto persone di sesso femminile: c'è la donna che sta per avere il primo figlio, c'è la donna che ne ha già 3 e si mostra soddisfatta di aver concentrato tutta la sua esistenza intorno alla famiglia, c'è la musicista che ha rinunciato alla sua carriera  per i figli e non ne è molto contenta (questo personaggio è interpretato da Margherita Buy che, pur tra tante eccellenze, mi è parsa la più brava), e infine c'è la donna che, per consolarsi, ha una seconda casa in cui riceve, come una buona moglie, l'amante di turno. 

La seconda parte del film, ambientata negli anni '90, comincia con il  funerale di una delle amiche, quella che trent'anni prima aspettava il primo bambino.
Si è suicidata, si sentiva troppo sola, la figlia era cresciuta, e il marito non riusciva a farle sentire la sua vicinanza, pur essendo probabilmente una persona sensibile.

Con l'occasione del funerale, si ritrovano insieme le 4 figlie.
E qui scopriamo che mentre le madri soffrivano perché, essendosi dedicate completamente alla famiglia, non si erano potute realizzare sul lavoro, le figlie si lamentano per il problema contrario.
Sono tutte realizzate nel lavoro, compresa la figlia della musicista, che fa la musicista, e pur amandolo critica il marito, che avendo meno successo e meno impegni di lei, si dedica alla casa: che palle, si comporta come una donna!

Anche loro sentono la mancanza di qualcosa, una parte di sé che non si è realizzata, che nel caso delle figlie è la maternità.
Una di loro, spaventa facendoli fuggire tutti i compagni, con la sua smania di rimanere gravida; ora è sola e ha già tentato più volte l'inseminazione artificiale.

Alla fine del film Alba Rorhwacher, la figlia della donna che si è tolta la vita, legge il biglietto che il marito aveva scritto tanti anni prima alla madre, un biglietto che la donna non era riuscita a leggere durante la famosa partita.
Il biglietto contiene una poesia di Rilke in cui si dice che il massimo della felicità su questa terra, per 2 persone che si amano, è di condividere le loro 2 solitudini. Bellissimo, penso che sia vero, e il fim è straordinario.




lunedì 9 gennaio 2012

Noi credevamo di Mario Martone


Noi credevamo di Mario Martone, con la sceneggiatura
di Giancarlo De Cataldo,
è un bel film che ci ricorda
i 150 anni dall'Unità d'Italia.
Cose quasi dimenticate, apprese durante gli anni di
scuola.

Ero perplessa, prima di vederlo, perché il film ha una
durata di circa 3 ore. Ma la sua lunghezza non mi
ha affatto disturbata.
Esteticamente abbastanza bello, si rifà un po' alla
pittura italiana dell'800.

Il film si riferisce agli avvenimenti accaduti tra il
1830 e il 1860 circa, ed è ambientato in gran
parte nel Cilento, in parte a Parigi e altrove.

Segue gli avvenimenti del Risorgimento attraverso
lo sguardo dei tre protagonisti principali, tre amici
di cui due: Domenico e Angelo sono figli di proprietari
terrieri e il terzo: Salvatore, è figlio del contadino
che si occupa del frantoio.
Protagonisti che rappresentano il contributo del Sud
al Risorgimento.
Il film si divide in un prima, e un dopo, in cui vengono
mostrati i protagonisti da giovani e poi da adulti.
Ho avuto problema a seguire la storia per la scelta
del regista di usare attori diversi per narrare la
maturità dei protagonisti, invece di invecchiarli con
l'aiuto del trucco.

Il film, mi dicono, si ispira solo parzialmente
all'omonimo libro di Anna Banti che, nel frattempo
mi è venuta la curiosità di leggere.

Come in un bildungsroman, nella prima parte del film
ci vengono mostrati i tre amici che vengono in
contatto con le idee di Mazzini, Mazzini che vuole l'unità
d'Italia e si oppone ai Savoia.
Ci sono, se così si può dire, varie tipologie di
rivoluzionari.
Tutti vogliono unificare l'Italia, ma oltre agli affiliati
alla Giovine Italia, ci sono differenze tra repubblicani
e monarchici. Come ci viene mostrato nel carcere in
cui sono stati rinchiusi i rivoluzionari che hanno
partecipato alle lotte di quel periodo.
In quel momento in Italia si parlava di un
attentato a Carlo Alberto, e in Francia all'imperatore
per mano di Orsini. Attentato che in effetti ci sarà, e
da cui
uscirà illeso l'imperatore, morti e feriti un gran
numero
di innocenti cittadini.

Ci vengono mostrate le differenze di posizione anche
all'interno di chi condivide la stessa linea, ad esempio
tra Domenico e Angelo, entrambi mazziniani, entrambi
repubblicani.
La possibilità che la lotta sbocchi nel terrorismo
viene rappresentata, oltre che da Orsini, da Angelo che
chiede insistentemente soldi per attentati a Cristina di
Belgioioso
,
e che finirà per uccidere brutalmente Salvatore,
l'amico non
ricco borghese, accusato ingiustamente
di tradimento.

Alla figura di Angelo possiamo contrapporre quella di
Cristina di Belgioioso, che rifiuta questa deriva e
ritiene
che andrebbero sollecitate le masse a partecipare,
dapprima
istruendole, per metterle in grado di decidere
consapevolmente.


Il terzo amico, Domenico, interpretato bene da Lo Cascio,

fa un po'da filo conduttore, potrebbe rappresentare lo sguardo
dello spettatore che osserva gli avvenimenti.
Domenico
paga di persona col carcere, poi ne esce, e poi
rimane molto deluso
da come sono andate le cose;
se il
film inizia con i Borbone che incendiano i campi e
uccidono i
contadini, finisce con il Piemonte vincitore
che spara sui
garibaldini.
Tra parentesi un ulteriore segno che sono le classi
povere a
rimetterci sempre si ha nella figura di Saverio,
figlio di
Salvatore, che muore combattendo in appoggio ai
garibaldini.

L'Unità d'Italia come occupazione?




domenica 20 novembre 2011

Sorrentino: This must be the place


Il mese scorso vi ho parlato di un film di Paolo Sorrentino: Le conseguenze dell'amore. Un film che mi era piaciuto e che mi aveva colpito.
Anni fa avevo visto Il divo, sulla storia di Andreotti. Non mi aveva completamente soddisfatto.

Qualche settimana fa, a casa di amici, ho visto il suo ultimo film This must be the place, molto osannato sui giornali, e premiato al botteghino da una grande affluenza di spettatori.
Devo dire che il supporto su cui era registrato il film non era perfetto, e questo può aver influito sulla ricezione del film ma... non ho veramente capito tutto l'entusiasmo con cui è stato accolta quest'ultima opera di Sorrentino.

E' la storia di un uomo che non si è mai sentito amato dal proprio padre, il quale non accettava il fatto che andasse in giro con i capelli lunghi e cotonati e col viso pesantemente truccato.
Tuttavia il ragazzo di un tempo ha avuto successo nella vita, come componente di una famosa band musicale.

Nel momento in cui si svolge il film è felicemente sposato con una donna che fa il pompiere! e si lamenta di essere depresso.
La moglie gli risponde che non di depressione si tratta ma di noia, altrimenti non farebbe l'amore in modo così entusiasmante, con una donna con cui è sposato da 30 anni.


Un giorno arriva la notizia che suo padre è morto e che gli ha lasciato il compito di vendicare le umiliazioni subite da un sorvegliante aguzzino, durante il periodo passato in un campo di concentramento.
Lui accetta la missione, e anche il rischio di non tornare più a casa dove c'è sua moglie e tanti amici, perché ci viene fatto capire che è disposto ad uccidere l'aguzzino. E tutto questo perché? Per noia? Per riscattarsi col padre ormai morto?

L'accompagnerà in questa missione un esperto in ricerche di criminali nazisti, col suo aiuto rintraccerà l'aguzzino, ma si limiterà ad umiliarlo invece che ucciderlo.

Torna quindi a casa, ormai ha risolto i suoi problemi, infatti non si trucca più e si è tagliato i capelli.

Commento: la prima parte è di una noia pazzesca e la figura del protagonista mi sembra poco coerente.




domenica 30 ottobre 2011

le conseguenze dell'amore


Questo pomeriggio ho visto Le conseguenze dell'amore. Un film del 2004, scritto e diretto da Paolo Sorrentino.

Storia di un uomo silenzioso solitario e insonne, che da 8 anni vive segregato in un albergo in Svizzera. Lontano dalla famiglia e dai figli, ripudiato da loro.

Perché è finito lì? Commercialista molto in gamba, gestiva gli investimenti per la mafia.
Un giorno ha commesso un grande errore. Gli hanno risparmiato la vita, ma in cambio lo hanno relegato in quell'albergo, col compito di riciclare capitali sporchi.

Vive non vivendo, con ossessiva meticolosità. Gestisce le emozioni non soddisfatte concedendosi un'iniezione di eroina ogni mercoledì mattina.
Finché un giorno si accorge di una ragazza, la barista, che mostra una certa attrazione per lui.
Si difende dalla possibilità di un rapporto, ma infine decide di cedere a questo impulso.

Il regista ha intitolato il film Le conseguenze dell'amore, come se fosse pericoloso cedere all'amore e foriero di sciagure.
E in effetti il coinvolgimento in questa relazione lo condurrà alla morte, perché lo spingerà a vincere le sue paure e a mettere in atto la ribellione contro chi lo usa e gli ha rubato la vita.

Morirà in modo rocambolesco, come diceva di desiderare un altro ospite dell'albergo; accettando di finire murato vivo in una colata di cemento.

E' un film che guardi in silenzio, sei molto presa.
Facendo un giro su Internet ho letto una critica in cui si afferma che è un film troppo recitato.
In effetti è un film in cui non si parla molto, è importantissima la recitazione degli attori, in alcuni momenti sembra di stare a teatro. Ma le considero caratteristiche molto funzionali a questo tipo di film, che provoca in te una forte emozione, e ti lascia la domanda: il personaggio ha fatto bene a decidere di farsi uccidere, per vendicarsi di chi lo tiene in scacco e perché quella non era una vita vera?

Vogliamo paragonare questo film ai tanti filmetti senza senso che vediamo spesso al cinema e in TV?



martedì 8 marzo 2011

Annie Girardot

Qualche giorno fa è morta Annie Girardot.
Un'attrice francese che ricordo per la parte di una prostituta uccisa, in Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti.

Mi ha molto colpito un ricordo che le ha dedicato sua figlia.
L'attrice era stata colpita dai primi sintomi dell'Alzheimer, e cominciava ad avere problemi di memoria.
Ben conscia del suo problema e di quello che sarebbe avvenuto di lei, trovò la forza di scrivere un'autobiografia. Un'autobiografia che, forse, avrebbe potuto aiutarla quando, col progredire della malattia, avrebbe perso i suoi ricordi.