Era terribile.
Tra una settimana avrebbe dovuto presiedere il congresso dei Centri di Terapia del Benessere, e non era pronto.
Proprio a lui quest'anno era stata affidata la relazione più importante: "Defecazione e Libertà".
Sulla scelta del titolo c'erano state accese discussioni a causa della necessità, non da tutti riconosciuta, di dare tanto rilievo ad un termine quantomeno inelegante.
Il target di riferimento era costituito da dame e signori di una classe sociale che faceva dello stile esteriore una scelta di vita, dicevano alcuni.
Altri invece si erano incaponiti su quel termine facendone una bandiera dei Centri.
Quel riferimento alla libertà poi...
La sua designazione come relatore rappresentava chiaramente una premessa di futuri benefici per la carriera ma soprattutto un implicito avallo dei suoi metodi.
Metodi che nel corso degli anni avevano destato più di un dissenso da parte di autorevoli colleghi.
Di un vecchio proverbio apparentemente insulso aveva fatto il suo motto: "Chi la dura la vince", non esiste disturbo che non possa essere vinto. E un altro caposaldo del suo pensiero era che ogni disturbo o malattia fosse riconducibile alla riluttanza a cedere i prodotti delle proprie viscere.
Era fiero del carisma grazie a cui convinceva i pazienti a liberarsi, anche se i suoi detrattori mormoravano riguardo ad atteggiamenti autoritari, se non di autentiche costrizioni.
Ad ogni modo quest'anno non si sentiva pronto. Non un'idea brillante, nulla.
Ma quello che più lo impensieriva era l'aver notato una certa tendenza, nelle ultime settimane, a gonfiarsi.
Aveva tentato, diciamolo pure inutilmente, di ricorrere all'autoanalisi: era forse preda di un'inconscia identificazione con i suoi pazienti?
Naturalmente aveva subito rifiutato l'ipotesi di ricorrere alle diete nauseabonde e agli estenuanti clisteri che era solito prescrivere ad essi.
Una notte gli era tornato alla mente un paziente riottoso che aveva rifiutato di sottoporsi ad una pratica che considerava umiliante.
Lui allora, il carismatico Direttore che aveva liberato gli intestini di centinaia di stitici, gli aveva profetizzato un cancro all'intestino.
E costui, a sua volta, gli aveva augurato di riempirsi la pancia con le montagne di m.... che costringeva i suoi pazienti ad espellere insieme ad una non indifferente quantità del loro denaro.
E ora la sua pancia cresceva...
domenica 19 novembre 2017
raccontini - Chi la dura la vince, o no?
mercoledì 20 settembre 2017
raccontini...
Non è un problema matematico
Questo è il testo di una lettera che ho inviato ad una rivista femminile:
Mio marito ha 70 anni. Anzi 71. Io 2 di meno.
Il problema è che lui ne dimostra 50.
Barba e capelli lunghi, ancora in gran parte neri. A me ricorda Ulisse. Sapete, quello delle sirene.
Quando esco con lui, sono a disagio.Perché io sembro proprio una signora della mia età, e a volte avverto lo sguardo perplesso della gente.
Ma peggio ancora quelle rare volte che esco con mio figlio: 30 anni, adottato, colorato.
Lui addirittura viene preso per il mio toy boy.
Cosa devo fare?
La risposta non ha tardato ad arrivare:
"Cara signora, si lamenta perché dimostra la sua età? Se ne faccia una ragione.
E se proprio non ci riesce, si cerchi un giovane necrofilo."
venerdì 1 luglio 2016
Tornare in analisi? - Raccontini...
TORNARE IN ANALISI ?
Una zona di Roma molto verde e un po' chic, tipo i Parioli.
Un quartiere residenziale fatto di palazzine basse, tutte col loro giardinetto condominiale.
Sento già un po' di soggezione, invidia e rabbia per questa terapeuta che ancora non conosco; vengo a chiedere aiuto.
Un portiere mi ferma, spiego che vado dalla dottoressa tal dei tali. Un po' scorbutico mi comunica il piano e il numero dell'interno.
La piccola inquisizione subito aumenta il mio malumore. Mi chiedo se ho fatto bene a venire.
Serve a qualcosa l'analisi?
Cosa gliene potrà fregare all'analista, perché dovrebbe darsi tanta pena per entrare nelle mie difese e convincermi a collaborare?
Ne ho già fregati tre.
Suono, scalpiccio tranquillo di passi, mi apre una segretaria che mi conduce in sala d'aspetto e mi prega di attendere. La dottoressa mi riceverà tra pochi minuti, appena avrà finito con un altro paziente.
Sono incerta se sedermi. Giro un po' per la stanza. E' luminosa, tende chiare alle finestre, poltrone, piante ben curate.
Mi affaccio alla porta finestra, anzi esco sul balconcino che dà su un giardinetto, annuso un piacevole odore di muschio.
Sento chiamare alle mie spalle, mi volto e la segretaria mi chiede di seguirla.
La stanza è un po' in ombra, la dottoressa si alza per ricevermi, mi porge la mano e mi invita ad accomodarmi di fronte a lei, all'altro capo della scrivania.
Comincia a piovere, immagino le gocce che cadono a rinfrescare il verde giardinetto.
La immaginavo più alta. Mi chiedo quanti anni abbia. Non so perché, vorrei che ne avesse sessantacinque.
Sono in silenzio, non voglio cominciare subito a travestirmi con subdole parole menzognere.
Mi colpisce inaspettato il pensiero che sarebbe un altro modo di nascondersi.
Comincio ad elucubrare. E' tutto inutile, mi dico, non riuscirò ad essere sincera.
Le sue parole arrivano a fermarmi. "Perché è venuta qui, cosa si aspetta?"
Provo l'impulso di scappare. Mi aggrappo quasi ai braccioli della poltrona. Poi penso che la poltrona è molto comoda e ho voglia di riposare.
Le parole mi vengono da sole: - odio tutti, non sto bene con me stessa, sono una fallita, mi annoio, ho sprecato la mia vita e non so cosa fare, e fare qualcosa è faticoso -
"Mi parli di questa fatica"
sabato 4 giugno 2016
E' bello mangiare...
Quattro raccontini su un piatto di pasta...
Se fossi stato appena un po' più furbo, avrei dovuto sospettare che ero già sotto tiro.
Ma come avrei potuto resistere all'assalto di quella vedova molto in carne, appena un po' disfatta, e di una ragazzetta in jeans aderentissimi maglietta scollata e pancino scoperto?
Mentre rispondevo non so più a quale domanda, una mano spuntò dietro le mie spalle; mi girai di scatto: era Luana che, sorridendo, mi metteva davanti il piatto.
Il profumo del ragù m'invase, mai vista una simile abbondanza di carne macinata ben rosolata; in cima in cima tocchetti di melanzane fritte ricoperte di sugo e parmigiano... e una fame! Era dalla sera prima che non mangiavo...
Mi colse un senso di vertigine.
Per quanto mi sforzassi di non farci caso, quella sera il minestrone di mia nonna era più indigesto che mai.
"Non ti piace il minestrone della nonnina? L'ho fatto per te, per il mio nipote preferito" .
Quando attaccava la solita solfa, diventava ancora più difficile ingerire l'immonda brodazza: una fanghiglia nauseante che puzzava di grasso rancido.
Mi tornava alla mente la pastasciutta che mi preparava Teresa, la compagna di mio padre, quando andavo a passare le vacanze estive da loro. Durante l'anno scolastico abitavo dalla nonna.
La pastasciutta Teresa me la preparava molto spesso, in qualche occasione anche due volte al giorno, eppure era sempre diversa.
La "paesanotta" infatti, definizione della nonna, ci metteva l'arte oltre che tutti gli ortaggi che le venivano in mente: carciofi, asparagi, melanzane, zucchine, peperoni; a volte aggiungeva carne o pesce, e rifiniva il tutto con sughetti prelibati con o senza pomodoro, secondo l'estro del momento.
Secondo me la gente che non sa cucinare...non voglio dire che sia cattiva, ma insomma...
I proprietari, oltre a cappuccini e toasts, preparavano a richiesta alcuni semplici piatti.
Mi accomodai ad un tavolino e chiesi al cameriere un piatto di spaghetti al pomodoro.
Ero molto stanco, volevo solo buttar giù qualcosa e poi andarmene a letto, non mi aspettavo molto da quella cena improvvisata.
Distratto, guardavo la strada oltre la vetrina. Quando mi voltai vidi davanti a me una ragazzina sorridente con un vassoio.
Mi porse il piatto con gli spaghetti. Né troppi né pochi, al dente, un sughetto fresco e poco elaborato con i pomodorini ancora interi, un leggero profumo di aglio e basilico. Inoltre, due fettine di mozzarella candida su un lato del piatto.
Prima non mi era sembrato di avere così fame.
Mi buttai sulla pasta e la ragazzina non smise un attimo di guardarmi. Alla fine mi chiese se desideravo qualche altra cosa e, al mio diniego, mi portò il conto.
Fui sorpreso, un piatto di pasta e un bicchiere di vino, anche tenendo conto del coperto, non potevano costare cento euro, quasi duecentomila delle vecchie lire.
Ero imbarazzato, la ragazzina era così gentile... Comunque, era veramente troppo, trovai la forza di protestare.
La ragazza mi guardò in un modo strano, sembrava una vipera; mi aspettavo che da un momento all'altro le sue pupille si trasformassero in due fessure nere.
Mi strattonò per la giacca, mi costrinse ad alzarmi, e mi trascinò in strada.
Prima di chiudere la porta mi urlò addosso:"morto di fame"!
Io, professore di filosofia in pensione, ridotto peggio di un drogato, a mendicare il cibo alla mensa della Caritas.
E se ci penso bene proprio un drogato sono: se vedo una qualunque cosa da mangiare, anche se sono già pieno, non posso fermarmi, devo ingoiarla.
Si, ingoiarla, perché di questo si tratta; assaggiare i cibi, centellinare il vino, non sono cose per me.
Io vado per le spicce, e in due o tre bocconi metto al riparo il cibo nel mio stomaco.
Per la pastasciutta poi ho una passione particolare, e Giulia l'aveva capito. L'avevo incontrata in un ristorante a cinque stelle, dove faceva la cuoca.
Quel giorno, sedevo malinconico non so più per quale ragione.
Lei si presentò con un vassoio: un trionfo di gamberoni, contornati da un anello di spaghetti; da quei serpentelli dorati s'innalzava un profumino di Vernaccia da far perdere i sensi.
La portai via la sera stessa: furono sei mesi di felicità, pastasciutta a pranzo e cena: penne, zite, vermicelli, cannolicchi, spaghettini, orecchiette, fettuccine, gnocchetti, stringozzi. Per non parlare dei condimenti...
Ora se n'è andata coi miei risparmi. L'avreste mai detto?
venerdì 27 novembre 2015
Ho detto ai miei che andavo a giocare a tennis con le amiche (seconda puntata)
Da fuori niente male. Le camere invece sembrano stanzoni d’Ospedale, con i panni appesi qua e là.
Bagno in comune, s’intende.
A cena si riunisce un bel po’ di gente che dorme qui, e così ho modo di conoscerli.
Quasi tutti maschi. Per lo più del Nord quelli italiani, dai 17/18 ai 35 anni.
E’ una nuova, questa Giulia, non l’avevo mai vista. E’ carina, ma mi pare un po’ strana. E poi non mi piacciono le parolacce in bocca a una ragazza.
Questa è tutta matta. Voleva essere libera, e perciò è scappata di casa, da sola, praticamente senza un soldo in tasca.
Ci ho parlato. Che vi devo dire? E’ un tipo interessante, anche se mi lascia un po’ stranito.
Da un lato fa l’elenco di tutte le cose che vorrebbe fare nella vita, ma dall’altro ti rendi conto che non ha la minima esperienza. Ma pare che non se ne renda conto o che non gliene freghi niente.
Non so se mi fa più tenerezza o più incazzare.
martedì 27 ottobre 2015
Racconto - Ho detto ai miei che andavo a giocare a tennis con le amiche
Mai posseduta una racchetta in vita mia.
Ho preso un taxi per arrivare in aeroporto. Ho rischiato
di perdere il volo.
Poi ho preso un treno che mi ha portata in Svizzera.
Almeno così mi hanno detto. Infine sono riuscita a salire
sul treno per Parigi.
Ho conosciuto un tizio, un inglese giramondo, che mi ha
preso sotto la sua ala protettrice. Gli ho chiesto dove
avrei potuto alloggiare senza spendere molto e mi ha
consigliato un ostello per studenti.
Una volta sbarcata, faccio fatica ad orientarmi. C'è un
traffico bestiale, non riesco quasi ad attraversare.
Se non l'avete ancora capito, sono scappata da casa.
Ho quasi diciannove anni, ma al tempo in cui vivo, a
quest'età si è considerati minorenni.
Ho capito da subito la grandissima cazzata che ho fatto.
E invio una maledizione alle tre amiche con cui sarei
dovuta scappare.
All'inizio volevamo andare in Inghilterra. Sapete, i Beatles.
Gli scarafaggi erano i nostri idoli e per un po' abbiamo
pensato di mettere su una band anche noi. Ma solo una
di noi sapeva suonare, per giunta il piano. Così abbiamo
deciso di ripiegare su Parigi.
Ho usato i soldini ricevuti in regalo per la maturità per
organizzare la fuga.
Che stronzata, ora dovrò arrabattarmi per sopravvivere,
con che faccia potrei tornare indietro?
Quanto le odio quelle tre amiche. Sono partita da sola
perché, dopo tutto quel parlare di vita libera, mi sarei
sentita in colpa se non lo avessi fatto.
Amica Paola:
Giulia è partita. Che bello, almeno lei realizzerà il nostro
sogno! Chissà quante avventure...
Spero che ci mandi una lettera al più presto per raccontarci
tutto. Lei sì che ne vivrà delle belle.
Amica Franca:
Giulia è partita. Ma, non so se ha fatto bene. La sera prima
mi sono venuti i brividi a mettermi nei suoi panni. Sì vabbè
tutti quei progetti in comune, ma uno può anche
permettersi di sognare un po', no?
Amica Laura:
Giulia è partita. Oggi vado ad iscrivermi all'Università. E'
stato difficile scegliere la Facoltà.
sabato 24 marzo 2012
che fretta!
Entrò in bagno e controllò la pettinatura, se pioveva era fritta, inutili le due ore dal parrucchiere.
Controllò l'orologio, ancora mezz'ora.
Un colpo di pettine alla frangia, uhm meglio prima.
In cucina a prepararsi un caffè, no avrebbe dovuto rilavarsi i denti, prese una pasticca per profumare l'alito.
Di nuovo in bagno, ma non l'aveva già fatta?
Prese un giornale, lo buttò sulla poltrona, non riusciva proprio.
Davanti allo specchio, camicetta troppo scollata? gonna troppo corta?
Basta, erano giorni che faceva e disfaceva il look.
Guardò l'orologio, aiuto, quasi quasi faceva tardi.
Infilò le scarpe con le zeppe altissime, prese la borsetta; la chiave la chiave dov'era finita?
Ah eccola, sospiro di sollievo. Chiuse la porta.
Uffa, l'ascensore non era al piano, sbrigarsi sbrigarsi, cominciò a scendere a piedi, ahhhhhhhhh!
Culo a terra e slogatura.
giovedì 13 novembre 2008
dal diario di Eva
Caro diario, stamattina mi sono alzata presto: è il mio primo giorno di vita.
Accanto a me ho trovato un tipo strano abbastanza muscoloso e con un misterioso prolungamento tra le gambe.
Stava tutto rannicchiato in posizione fetale ed emetteva incomprensibili lamenti: "la mia costola, la mia costola"...E' da parecchio che rompe.
Ad un certo punto stanotte mi ero avvicinata a lui per pregarlo di urlare più piano, ma deve aver frainteso.
Mi ha consigliato di tenermi a distanza, e strillava che era solo colpa mia se si trovava in quelle condizioni. Boh!
Stamattina voglio fare un bel giretto e guardarmi un po' intorno. Chissà se trovo altri tipi strani.
2° giorno
Caro diario, non mi crederai, ma mi sembra di vivere in un reality!
Non avevo fatto tre passi fuori dalla caverna, che incontro un tipo con una lunga barba bianca: "ciao Eva", mi fa, dov'è Adamo?"
"Ma di che sta parlando?", rispondo io. "e chi sono questi due?"
Con gli occhi come due lampeggianti e la voce impostata mi risponde:"Io sono il Creatore, e ho deciso che voi due darete origine all'umanità".
Non ho fatto in tempo a dire una parola che è sparito risucchiato da una nuvola.
3° giorno
Caro diario, non sai cos'è successo ieri dopo la passeggiata.
Sono tornata a casa, pardon, alla caverna, e ho ritrovato Adamo (ma che nome è?) che girava di qua e di là non sapendo cosa fare e ogni tanto si appoggiava a una parete.
Mi ha detto che il dolore al fianco c'era ancora però... c'era un modo per farlo passare.
Insomma caro diario, prima un massaggino, e poi abbiamo deciso di saggiare il funzionamento dell'hardware. Fichissimo! Abbiamo proprio familiarizzato. Pensavo: ma questo è un paradiso terrestre!
Più tardi siamo usciti a prendere una boccata d'aria. Fatti due passi, un fulmine è atterrato davanti a noi e si è materializzato il vecchio.
Sfoderando un'ideologia del cazzo, ci ha condannati a vivere nella sofferenza a causa di una scopata stupenda.Cosa c'è dietro? Abbiamo tutti i secoli per scoprirlo.